Antonio Pascale, Il dibattito sullo spazio pubblico

da IL SOLE 24 ORE

Il dibattito sullo spazio pubblico. Lo spettacolo vanesio della retorica dell’apocalisse

di Antonio PascaleUnknown.jpeg

Noi abbiamo delle opinioni, queste vengono lette dai politici di riferimento e poi tradotte in leggi. A opinioni profonde corrispondono politici migliori che si impegnano a redigere buone leggi, al contrario opinioni superficiali portano in parlamento politici superficiali. Una schema semplice, d’accordo. Ha un solo vantaggio: quello di fissare l’attenzione sulle nostre opinioni.

Chi sono quelle persone che curano le nostre opinioni? Gli intellettuali. In senso lato, ovvero: una persona che ha sviluppato sia una competenza specifica o meno, sia il gusto di divulgare questa conoscenza. Anzi, mi azzarderei a dire che è un intellettuale chiunque in un dibattito pubblico alzi la mano per dire la propria, anche lui sta partecipando al rafforzamento o all’abbattimento di un immaginario. Secondo Socrate gli intellettuali misurano. Cercano di soppesare un bene per attribuirgli un peso rispetto a un altro, catalogare le differenze e infine valutare -condizione fondamentale per scegliere una cosa o l’altra. Se diamo per buona questa definizione di intellettuale, possiamo analizzare quali possono essere le scorie culturali, le tossine che inquinano il metodo di misurazione. Una verifica a campione tra vari opinion maker italiani potrà facilmente portarci a identificare due tipi di inquinanti: il “sapere nostalgico e “la retorica dell’apocalisse”. Il sapere nostalgico è diverso dalla nostalgia che esprime un dolore per il ritorno – e dal quale si può tirar fuori buoni spunti narrativi. Il sapere nostalgico presuppone, invece, che tutto quello che è accaduto nel passato abbia grande valore, tutto ciò che è presente è sinonimo di corruzione. Un certo tipo di intellettuale, il letterato in senso lato, generalmente diffuso a sinistra – quindi un intellettuale che scrive paradossalmente su giornali progressisti – è un serio praticamente del sapere nostalgico. Uno che idealizza il passato. Ogni idealizzazione è generata da una rimozione, ma il punto non è questo. Il punto è che, se si crea un modello di riferimento idealizzato, poi, qualsiasi spostamento da questo modello non rappresenta un passo in avanti o indietro, insomma un tragitto sottoposto a misura, ma una caduta. Si va, dunque, verso la retorica dell’apocalisse.

Ci si potrebbe chiedere: se c’è stato qualcuno che abbia istradato altri verso il sapere nostalgico? Mi viene in mente Pasolini. Personaggio molto complesso, d’accordo. Però sono sicuro di poter rintracciare in una parte del suo pensiero questa diffusa metodologia conoscitiva. Nel saggio Gennariello, sosteneva che i napoletani sono simpatici perché appartengono a un’antica tribù, sono quasi dei tuareg, non corrotti dalla modernità. Ogni cosa che avviene a Napoli è uno scambio di antico sapere. Anche se ti rubano il portafoglio, disse Pasolini, è uno scambio di antico sapere. Questa storia, bella perché mitologica, può essere letta diversamente: se vi rubano il portafoglio a Roma, vi sentite oggetto di violenza, se ve lo rubano a Napoli dovete essere contenti perché ve l’ha rubato un tuareg e dunque siate stati partecipi di uno scambio di antico sapere. Risultato di questa pratica? Un certo senso delle tradizioni e del territorio. La sinistra a un certo punto della sua storia, sconfitta dopo sconfitta, ha cominciato a rimpiangere. Il territorio è diventato luogo di scambio di antichi saperi, un cerchio all’interno del quale si svolgevano tradizioni sempre millenarie.
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Tutto quello che stava fuori andava sotto il nome di globalizzazione, cattiva e corruttrice dei tuareg. Questo è un paese di vecchi, e i vecchi non amano innovare, preferiscono ricordare, però anche i giovani non scherzano. Anche loro amano le tradizioni e spesso non hanno nessuna voglia di apportare a queste modifiche e integrazioni. Perché il sapere nostalgico abolisce l’idea di divenire. Questa sinistra ideologia reazionaria è stata sostituita da una identica ideologica solo più brutale e incisiva, quella leghista: una delle conseguenza della globalizzazione e cioè l’immigrazione rischia a desacralizzare il territorio. Se ogni influsso esterno corrompe il tuareg allora non resta che la retorica dell’apocalisse. Gridare all’apocalisse è in fondo un gesto di vanità tipico dell’intellettuale: credersi così fortunati da vedere la fine del mondo. La retorica dell’apocalisse è per sua natura spettacolare dunque in linea con il pensiero che permea lo status quo, trasferisce pura e non cultura, preferisce spaventare invece di analizzare i problemi, per priorità e serietà. Del resto, a proposito di priorità e di immaginario inquinato, quale regista oggi scritturerebbe Brad Pitt per fargli costruire latrine a Bombay? In fondo lo sciacquone ha risolto molti dei problemi igienici, ma a chi importa di costruire fogne? Sarebbe poco spettacolare e non solleticherebbe la nostra vanità. No, meglio scrivere per lui un copione che parli della fine del mondo imminente e dell’eroe che salva il mondo, soprattutto se è abitato da tanti sostenitori dei tuareg.

Antonio Pascale, Il dibattito sullo spazio pubblicoultima modifica: 2010-10-27T15:36:22+02:00da mangano1
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