Enzo Bettiza,La leggenda della santa socialista

CULTURA  da LA STAMPA
27/02/2011 –
La leggenda della santa socialista

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Angelica Balabanoff, la piccola rivoluzionaria “mai tranquilla”: una biografia di Amedeo La Mattina
ENZO BETTIZA

La prima pagina del libro (Amedeo La Mattina, Mai sono stata tranquilla, Einaudi 2011) comincia con la descrizione di un’alba d’inquietante agonia del 25 novembre 1965. «Una vecchietta sta morendo in un appartamento romano di Montesacro. Bacia nell’aria un volto che aleggia sulla sua testa canuta» sospirando, nel più accorato dei diminutivi russi, mamuška mamuška… La morente, di cui nessuno sarebbe in grado di precisare l’età inoltratissima, esala l’ultimo mormorio quasi ignota, dimenticata da tutti. È passato più di mezzo secolo dal giorno in cui, mentre abbandonava gli odiati privilegi della tenuta patrizia dov’era nata, venne colpita dallo struggente urlo di malaugurio che la mamuška, la madre padrona, una ricca vedova ebrea di Cernigov in Ucraina, le aveva scagliato addosso: «Tu sarai maledetta per tutta la vita e quando morirai mi chiederai scusa».

Non si sa bene se quella fuga dai territori zaristi verso il Belgio, dove allora si davano convegno illustri «sovversivi» e dottori di marxismo, avvenne negli ultimi due anni dell’Ottocento o ai primi del Novecento. Neppure si sa con certezza se la fuggitiva ribelle, la mezza russa Angelica Balabanova, con desinenza prussificata in Balabanoff, avesse meno o più di vent’anni nel momento della rottura con la facoltosa famiglia i cui beni e vantaggi la riempivano di vergogna e sensi di colpa. La sua vera data di nascita è rimasta sempre avvolta nel mistero. «Qualcuno – scrisse Montanelli in un raro “coccodrillo” dedicato dalla stampa italiana alla scomparsa – gliene attribuiva novanta, altri novantacinque. Forse li aveva dimenticati anche lei e comunque non le pesavano». La Mattina, biografo appassionato della vegliarda un tempo famosa, poi condannata da gran parte della cultura progressista alla damnatio memoriae, conclude così l’ultima delle sue ricche 370 pagine: «Questo libro è il merito che spetta a una donna che ruppe con Mussolini e con Lenin. Una “santa del socialismo” che diventò anticomunista e implacabile fustigatrice delle debolezze umane e politiche della sinistra italiana».

Il riscatto di memoria, che La Mattina dedica alla Balabanoff con lo scrupolo dello storico e il distacco descrittivo del giornalista, è basato non solo su una ricerca spregiudicata accuratissima, stipata di testi e documenti sottratti all’oblio e alla polvere degli archivi. Egli puntella il suo scavo certosino anche su incontri con personaggi che conobbero in presa diretta quella stranissima errabonda, mai placata, «mai tranquilla», spesso affamata e denutrita, sempre in fuga da se stessa e dalle sue molte patrie: la nativa Ucraina, la culturale Germania, l’insidiosa Francia, l’ospitale America, l’adottiva e amatissima Italia. Fra gli intervistati dall’autore primeggia un vecchio giornalista dell’Avanti!, Giorgio Giannelli, «unico erede testamentario ancora in vita» e piuttosto incredulo o agnostico, come lo era Renzo De Felice, a proposito della diffusa vulgata che voleva o vorrebbe tuttora vedere in Angelica una delle tante concubine del giovane socialista Mussolini.

Eppure, uno dei nodi di questa biografia a più strati, che come un mare gonfio e profondo ne coinvolge altre maggiori e minori, è proprio nel rapporto complesso, pedagogico, umano, sentimentale, perfino logistico, tra la rivoluzionaria ucraina e l’irrequieto rivoluzionario romagnolo. Una buona metà, se non di più, della narrazione è incentrata infatti sull’incrocio biografico tra il giovanissimo esule in Svizzera, poi direttore dell’Avanti!, quindi leader dell’ala rivoluzionaria del Partito socialista, e la meno giovane ma certamente più dotta Balabanoff che aveva letto moltissimo e parlava almeno cinque lingue. De Felice, sempre attento a frenare pettegolezzi e vulgate, non ha concesso spazio nel suo Mussolini il rivoluzionario alla probabilissima relazione anche erotica tra l’allievo autodidatta e la prolifica maestra ucraina di marxismo, la quale, nella scia delle mode più estremiste dell’epoca, teorizzava e praticava l’amore libero.

Lo stesso De Felice aveva invece messo bene a fuoco, sul piano storiografico, l’incisiva e determinante influenza ideologica esercitata sulla formazione di Mussolini, oltreché dall’onesto Giacinto Menotti Serrati, dall’incalzante Balabanoff, che cercherà di sospingere l’ambizioso pupillo sulla strada di un maggiore approfondimento dottrinario del socialismo. Va detto che, per molti aspetti, l’aristocratica rivoluzionaria era una idealista tanto colta quanto ingenua. Sembrava non accorgersi, forse mentalmente confusa da sentimenti e istinti poco libreschi, che soprattutto Sorel era per Mussolini assai più importante di un Marx già contestato da Bernstein e limato dal grande Kautsky; sembrava non avvertire che le riflessioni sulla violenza, sullo sciopero generale, in una parola il sindacalismo rivoluzionario erano a lui, ideatore del primo fascismo che nasce come tronco deviato dalla sinistra anarchica e massimalista, assai più congeniali del materialismo storico e dialettico predicati dal profeta del Capitale. Non a caso Mussolini aveva ammirato Bakunin e tradotto dal francese qualche pagina di Kropotkin.

Ancora più tardi, negli anni antecedenti la Prima guerra, quando gli farà da spalla nella direzione dell’Avanti! e lo appoggerà nella conquista delle principali leve del Partito socialista, la medesima Balabanoff, alleata ostinata e cieca, stenterà ad afferrare gli scatti della metamorfosi mannara di un Mussolini ormai maturo e sicuro di sé. Non intravederà l’ombra nera di Hyde accovacciata nel grembo del suo caro Jekyll d’estrema sinistra. Non capirà che il demiurgo moderno, narcisistico, di penna perentoria, d’oratoria tonitruante, di gestualità melodrammatica, in scaltra sintonia con l’infantilismo belluino delle masse stava ormai prevaricando e sbeffeggiando l’idealismo ottocentesco di lei educata agli slanci del populismo russo e alle certezze storicistiche del marxismo tedesco.

La «santa atea», come la chiamavano, non riuscirà in definitiva a comprendere che il Mussolini rampante, il Mussolini «milanese» dopo l’esilio svizzero, si era sempre servito di lei come di una comoda facciata massimalista nella lotta per il potere all’interno del socialismo italiano contro la destra riformista e salottiera dei Turati, delle Kuliscioff, dei Treves. Alla vigilia della guerra, allorché l’ultrasocialista si convertirà dal neutralismo all’interventismo e lascerà la guida dell’Avanti! per fondare da un giorno all’altro Il popolo d’Italia, la Balabanoff si sentirà sconvolta e come travolta da un disastro esistenziale. Il primo numero del Popolo uscirà il 15 novembre 1914, qualificandosi per breve tempo «giornale socialista», ma esibendo sotto la testata una citazione napoleonica che sembra già covare in nuce il germe dei futuri Fasci di combattimento: «La rivoluzione è un’idea che ha trovato delle baionette». La rottura con l’ex maestra antimilitarista è netta e definitiva. «Se non l’avessi incontrata», aveva confessato una volta Mussolini, «sarei rimasto un rivoluzionario della domenica». Per lei, invece, il transfuga è ormai il peggio del peggio: è un Grande Giuda, un Caino, un «Traditore» maiuscolo, come dirà il titolo di uno dei suoi libri più noti.

Fra i tanti meriti di questo sfaccettato saggio multibiografico di La Mattina ce n’è uno, in particolare, che attira l’attenzione del lettore: l’aver rivestito di carne viva, con interventi in proprio e citazioni calzanti, le sagome di personaggi che gli storici professionali ci presentano in genere anemici e ingessati. Nelle sue pagine, per esempio, acquista sangue e nervi il fascino misterioso che una donna come la Balabanoff, di sgradevole aspetto, alta un metro e mezzo, riusciva tuttavia a esercitare sui singoli che la frequentavano e sulle folle che ipnotizzate ne ascoltavano l’eloquio travolgente. A spiegare l’enigma basterà la descrizione a chiaroscuri violenti che, dopo la Seconda guerra, ne dava una cinica signora altoborghese che non le fu amica ma rivale, l’ebrea veneziana Margherita Sarfatti, già amante confessa del giovane direttore dell’Avanti! e poi devota biografa del Dux Anni Trenta. «Angelica era persona uterina, di piatta e sudicia bruttezza calmucca e di corpo deforme»; ma al tempo stesso «era una rivoluzionaria meravigliosamente eloquente in sei o sette lingue diverse. Quando parlava, l’anima saliva a divorarle il volto. Non si vedevano più che due occhi accesi da fiamme, sia d’entusiasmo, sia d’indignazione. Non esistevano per lei vie di mezzo». La lucida e pentita Sarfatti, già amareggiata dall’antisemitismo hitleriano del suo Dux, riconosceva infine di essere stata «miope» nel sottovalutare le risorse e il coraggio della Balabanoff.

Chi non la sottovaluta affatto, anzi se ne serve per un paio d’anni come portavoce da Stoccolma e come segretaria tuttofare della Terza Internazionale a Mosca, è il nuovo padrone bolscevico del Cremlino. La violenza impersonale di Lenin al potere dopo l’ottobre del 1917 rappresenterà, dopo la svolta di Mussolini nel 1915, il secondo trauma fallimentare nella vita tempestata di ideali eccessivi e innocenti dell’eterna fuggiasca senzapatria di Cernigov. Lei, socialista adamantina, naïve, lei che paradossalmente aveva praticato con abbandono sacrificale e impolitico gli inferni politici del secolo scorso, non fu in grado, proprio per questo, di percepire fino in fondo la natura dei due protagonisti esemplari della storia novecentesca che aveva tuttavia «visti di vicino». L’esperienza svizzera non l’aveva aiutata. Nell’esagitato Mussolini, in perenne mutazione d’umori e d’intrighi, non aveva percepito nulla del fascista venturo. Così come nell’appartato Lenin, che lei stessa definiva «scialbo e incolore», non aveva avvertito l’embrionale terrorista di Stato che nei primi tempi della rivoluzione bolscevica l’avrebbe affascinata, arruolata nelle sue schiere e cinicamente utilizzata come rispettabile militante del comunismo internazionale. Al comunismo di guerra risponderà, dopo averlo attraversato, con un anticomunismo di ferro che non le sarà mai perdonato.

La maledizione solenne, proferita dalla mamuška all’inizio dei vagabondaggi di Angelica, avrebbe scandito senza remore, di delusione in delusione, la sua esistenza votata alla purezza dell’ideale assoluto. Un ideale di giustizia, di speranza per i «dannati della terra», sempre intralciata da inganni, tradimenti, delazioni, illusioni e disillusioni: costituiscono questi, tutt’insieme, il filo rosso della trama redentrice sapientemente dedicata da Amedeo La Mattina alle mille vite della piccola grande signora del socialismo italiano ed europeo.

Enzo Bettiza,La leggenda della santa socialistaultima modifica: 2011-02-28T15:42:26+01:00da mangano1
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