Maurilio Rino Riva, Benny, medico musicista poeta

Benny, medico musicista poeta

 

 

 

L’amicizia con Benny iniziò, subito dopo gli estremi onori ad Afer,  allorquando mi telefonò, invitandomi a cena a casa sua, per conoscermi. Già questo gesto la dice lunga sulla personalità che mi accingo a descrivervi.

Di Benny, in realtà, mi ero già fatto una valida idea attraverso le ponderate descrizioni di Afer.

L’avevo persino incontrato de visu, ma lui non se lo ricorda. Uno dei perni era stato, in entrambe le occasioni, il comune amico Luciano. Ricreativa la prima, per una cena d’inizio estate, in un ristorante di via Savona. L’altra, circa una ventina di anni dopo, alla cerimonia funebre per la sventurata figlia di Segre, al Cimitero Maggiore.

Gli parlai per telefono,in occasione della gravissima patologia che  all’improvviso colpì Afer, per spiegargli la situazione e per chiedergli se, attraverso le sue entrature sanitarie, poteva suggerirci una via rapida per sottoporre alle cure del caso il nostro amico, senza che quest’ultimo ne avesse cognizione.

La via si realizzò, le cure anche ma furono solo palliative. La patologia che aveva colpito Afer era già arrivata a uno stato incurabile.

Lo accompagnammo, giorno dopo giorno, al commiato finale.

Le esequie di Afer furono uno dei rari funerali civili della nostra città nonché assai partecipati e saturi di commozione.

Ebbi il compito di tenere l’orazione funebre, su incarico di Giordana e Dario, moglie e figlio dell’amico scomparso. Incombenza che terminai a fatica, vinto io stesso dalla commozione e dal pianto.

Da quel momento, senza alcuna folle pretesa di voler rimpiazzare nessuno, Benny e io, siamo diventati amici. Un’intesa che stiamo esercitando da anni, senza nessuno screzio o incomprensione.

Ho imparato ad avere dimestichezza con lui, piano piano. Già era nelle mie corde l’“aureola” che Afer gli aveva costruito attorno al capo. Loro due  si frequentavano da molti anni e il loro sodalizio era iniziato dentro le mura della Sezione del Pci “Novelli” di cui lo stesso Benny deve esserne stato anche il segretario. Un legame che in quelle stanze perdurò finché Afer, dalla Alemagna in crisi, fu ricollocato nel 1980 nella limitrofa Sit Siemens e prossima Italtel, azienda nella quale lavoravo già da 10 anni.

Quel consolidato rapporto non venne mai meno e si propagò per molte altre stagioni e in replicate vacanze comuni estive con le rispettive famiglie.

Chi è Benny? Un uomo di origine ebraica della mia stessa età,  nato ad Alessandria ma vissuto sempre al Cairo, che all’età di 10 anni – subito dopo la crisi di Suez – fu  costretto ad abbandonare l’Egitto insieme alla propria famiglia per trasferirsi in Italia.

In quella affascinante e tentacolare metropoli araba ha vissuto per 10 anni: chissà cosa ricorda di quei luoghi? Quali immagini, quali amicizie, quali effluvi…

Posso solo carpirne un brandello nelle parole scritte di Benny medesimo in un racconto sugli anni della puerizia:

«Barsùm non era un mago, ma viveva in un antro mefitico, in pieno quartiere arabo del Cairo, che mia madre non avrebbe mai attraversato se non per un supremo sacrificio genitoriale. Si accedeva alla sua miasmatica grotta da un’angusta scala dai gradini consunti da migliaia di pellegrini. Ci si doveva fare strada attraverso due fila ininterrotte di vecchie piangitrici, afflitte da piaghe e dolori, si superava un locale assediato da offerte, regalie votive avanzate dal guaritore, che le accettasse in segno di benevolenza. Un malodore nauseante emanava dai corpi assiepati lungo le pareti».

 

A Milano, dove ha trovato insieme ai suoi familiari un luogo dove ricominciare a vivere, ha studiato e si è laureato in Medicina e Chirurgia, specializzandosi in Pediatria, disciplina di cui è stato a lungo professore universitario.

 A 23 anni è ricercatore all’Istituto Mario Negri di Milano e ci rimane per tre anni. I successivi quattro è assegnista. Per altri tre anni è assistente ospedaliero presso gli Istituti Clinici di Perfezionamento di Milano. Dal 1982 al 1993 è ricercatore confermato all’Università di Milano. Dal 1993 fino al 2009 è Professore associato di Pediatria nella stessa Università.

Dal 1999 è direttore responsabile del Centro Fibrosi Cistica presso l’Azienda Ospedaliera di Verona, struttura che studia e sottopone a cura i pazienti che sono afflitti da questa rara e complicatissima patologia. Una delle malattie genetiche più frequenti nelle popolazioni occidentali. In Italia colpisce un neonato ogni 2.500-3.000. È una malattia cronica che coinvolge numerosi organi e apparati: nel caso dei polmoni, l’infiammazione e l’incapacità di controllare alcuni agenti infettivi determinano un progressivo deterioramento degli organi stessi e un declino graduale della funzionalità, fino all’insufficienza respiratoria. Provocata dalla mutazione di un gene, identificato nel 1989, la cui scoperta ha consentito di fare molto dal punto di vista della diagnosi genetica e della prevenzione. In molte regioni italiane – la prima fu il Veneto che vanta un primato mondiale – sono stati istituiti programmi di diagnosi alla nascita (screening neonatale) che rappresentano oggi la principale modalità di identificazione della malattia.

L’istituzione di centri regionali ha migliorato di molto l’assistenza e rappresenta un modello perseguito nel mondo: laddove questi centri specializzati esistono, l’andamento della malattia ha conosciuto notevoli progressi e, oggi, la prolungata sopravvivenza dei pazienti fa sì che questa non sia più solo una patologia pediatrica.
Benny è una persona che sembra tenere a freno i sentimenti e controllare le passioni. Non ci credo, penso  invece che il profondo legame con la sua professione, con la specializzazione a cui si è legato mani e piedi, dipenda molto da un forte perizia sentimentale.

Sì, per deontologia, non bisognerebbe mai legarsi ai malati che si hanno in cura ma come si fa quando le stesse persone ti tocca seguirle per anni e anni. Le hai viste bambini e ora te le ritrovi adulti di cui sai  non essere eterne le loro speranze. Almeno, allo stato attuale della ricerca in questo campo.

Tutto ciò, per Benny, non è stato e non è ininfluente. Non lo dico con iattanza ma ne ho chiara presunzione.

Basterebbe chiedersi perché il mio amico non decida di pensionarsi, giunto alla sua età. Certo, il lavoro gli piace. In quel ruolo si sente utile e ne è gratificato. Qualche soldo in più di questi tempi, rispetto all’assegno dell’Inps, fa comunque comodo. Ma tutto ciò non spiega l’appassionato vincolo con un’attività lavorativa che lo obbliga a un trasbordo mattutino e serale da Milano a Verona e viceversa.

Mollare senza aver costruito un’equipe e un responsabile che sia in grado di sostituirlo appieno potrebbe mandare a catafascio anni di sforzi e di sacrifici. Gli uomini non sono dadi o viti che quando se ne spanna una o si arrugginisce la cambi con una nuova. Per gli uomini competenti e reattivi, il principio vale a maggior ragione.

Altrimenti, quale sarebbe la ragione intima per cui il mio amico Benny trotta ogni giorno per “timbrare il cartellino” a 160 km. di distanza da casa propria?

C’è un’altra cosa che si deve sapere di Benny, di enorme importanza. Il Centro di Fibrosi Cistica dell’Ospedale di Verona di cui è direttore, insieme al Centro Peres per la Pace collabora al “Progetto Gaza”, creato dal prof. Eitan Kerem, responsabile del dipartimento di Pediatria dell’Ospedale Hadassah – Mount Scopus di Gerusalemme che assiste i bambini affetti da fibrosi cistica che   http://www.mosaico-cem.it/wp-content/uploads/2011/05/ponte-e1304441095289.jpgabitano nella striscia di Gaza, al di là della loro appartenenza a Palestina o Isreaele, e si propone di formare il personale palestinese, medico e infermieristico, in modo specializzato nella cura di questa grave malattia allo scopo di creare un centro specializzato nella stessa Gaza. Già tre medici, un’infermiera e un fisioterapista provenienti dal territorio palestinese sono staccati presso il dipartimento del Prof. Kerem per un corso intensivo di un anno.

Uguaglianza nella malattia e nelle cure, in un luogo dove il nemico da combattere è la fibrosi cistica” è il motto, espressione dello spirito con cui tutti questi soggetti agiscono, sulle orme del Prof. Keren.

È un esempio concreto di Medicina per la pace, proseguito negli anni nonostante i rapporti difficili tra Palestina ed Israele, rimasto in sordina fino ad oggi, per motivi di sicurezza.

Benny si è sposato molto giovane, non ancora laureato, con un’affascinante irachena della medesima religione che dovette subire la stessa coercizione all’esilio.

Con la sua bella araba ha messo al mondo due figli maschi. Ora Benny e Nyranne sono nonni incantevoli di ben tre nipoti.

Alla significativa età di anni 35, Benny si innamorò del pianoforte e tanto fece, tanto brigò, che riuscì a convincere una assai restia professoressa a dargli lezioni. Per questa passione che non seppe coronare con una seconda laurea al Conservatorio, il mio amico si alzava di primissimo mattino, a ore impossibili, per ricevere i rudimenti e per esercitarsi.

Riuscì a dare il primo esame di Teoria e solfeggio, “da adulto assieme ai ragazzini. Come se a 35 anni avessi passato la licenza elementare”.

Benny è persona asciutta, di pochissime parole, ellittica si potrebbe chiosare. Di norma. Per carburare, ha bisogno di un ambito speciale, un momento liberatorio, un’attenzione degna di nota.

Allora, si apre e… si mette a raccontare. Di sé. Fra noi due è successo  quando venne ospite per un paio di giorni nel mio “buen retiro”, in un campeggio a balze di mandorli e ulivi del ponente ligure, a ridosso del mare. Così ho scoperto della sua predilezione per il pianoforte, le alzatacce per realizzare questo sogno all’apparenza impossibile.

Della  fatica  quotidiana  su pentagramma e tastiera, per varie ore, solo per mantenere la manualità preesistente.

Per questa personale esperienza, Benny ha ritrovato molto di sé e delle proprie imprese in “Hermann”, il giovane musicista di Heimat2 e la casa  dell’anziana professoressa che decise di prenderlo a lezione assomiglia molto alla Fuchsbau (la tana della volpe) della Signora Elisabeth Cerphal. Un luogo molto somigliante a quell’appartamento di Milano, un vero porto di mare di cui artisti giovani e meno giovani usufruivano a ogni ora del giorno e della notte.

 Elisabeth Cerphal, la proprietaria della Fuchsbau, ha cercato di perpetuare la sua infanzia ricca di stimoli culturali (alla “Tana della volpe” ha conosciuto anche Bertold Brecht) aprendo la sua villa ai giovani artisti e rimanendo alla finestra della storia, distaccata dalla tragedia della guerra. E quando la “Tana della volpe” rimarrà deserta, per Elisabeth Cerphal – smarrita davanti agli imprevisti sconvolgimenti del suo quieto vivere – arriva il momento di ritrovarsi faccia a faccia con una realtà familiare dimenticata, di scoprirsi “bambina” nel rivivere il passato tra le pagine di un vecchio diario rimasto nascosto per tanti anni nella cassaforte della ditta, di ereditare dalla morte del genitore un’improvvisa voglia di vivere, di staccarsi dai ricordi, di vendere la Fuchsbau e viaggiare spensierata intorno al mondo.

Davanti a un film (un romanzo, un quadro, una qualsiasi opera d’arte) che amiamo bisognerebbe porsi, per prima o per ultima, la domanda di Hoffmanstahl: ma sta nella vita? Die zweite Heimat o Heimat2 ci sta per intero.

Benny si schermisce: «Musicista io? Ma quando?» e di rimando mi rinvia ai periodi in cui suonava la tromba.

 

«Fare era anche suonare in gruppo. Fino ad allora avevo suonato da solo e sentito la musica su un vecchio Geloso o su dischi infedeli, raramente dal vivo. Una sera il mio maestro mi dice, ora devi suonare in orchestra, sono già d’accordo con il direttore, domani iniziano le prove di alcune parti del Rigoletto, gli ho detto che ti ci porto e provi a suonare. Dovevo essere la seconda tromba da sola. E poi segue l’orchestra, entrano i violini. E la prima volta che sei solo, che il direttore ti guarda e dice con lo sguardo o un lieve cenno del capo di “attaccare” e tu senti le tue note risuonare da sole nella sala, e poi i violini ti avvolgono, ti chiedi ma questa è la musica? Ti sembra diversa, diversissima da quello che ti restituiva l’infedele Geloso e quasi non riconosci il tuo proprio suono, abituato com’eri a sentirlo rintronare tre le mura di una camera».

 

C:UsersRinoDesktopflautista.jpgQuindi, non dategli retta. È un altro modo per occultare l’evidenza.

Rimanevo affascinato quando Afer mi raccontava dei pomeriggi estivi in Maremma allorché i tre – lui, Benny e un altro ospite della medesima villa – eseguivano della sublime musica con i flauti.

Del resto, penso che non sia per caso se, di fianco al portone dello splendido palazzo d’epoca in cui Benny abita, abbiano affisso una lapide il cui testo recita le seguenti parole:

 

In questa casa ha vissuto il maestro

Antoniano Votto

Pianista e direttore d’orchestra

(1896 ÷ 1985)

 

Benny è un geniaccio proteiforme e le sue doti talentuose vuole esprimerle in ogni campo: è uno che ama tenere in mano una penna. Scrive, scrive in molte direzioni.

Il pezzo che abbiamo appena letto, ad esempio, è tratto da un suo garbato racconto: “Ricordando Dolphy”.

Scrive manuali, anche in lingua inglese, legati alla sua professione. Benny è un poliglotta, in grado di esprimersi, a voce e nello scritto, in più lingue: inglese e francese. Inoltre, parla fluentemente in spagnolo. Non è poco. Mi sorprende però che non conosca l’ebraico e anche l’arabo, visto che 10 anni li ha vissuti in Egitto e questa fase della vita è fra le più dinamiche e ricettive.

Benny è un uomo profondamente laico, tuttavia mi è sembrato di cogliere negli ultimi anni un riavvicinamento formale alle tradizioni religiose ebraiche. A precisa domanda, lui sconfessa e sostiene che non è mutato niente e la celebrazione delle festività di rito è solo  un’occasione per tenere insieme la sua famiglia.

Sta di fatto che per la pasqua ebraica (Pesach) ha commissionato a un pittore, per ben due volte, la realizzazione di un grande piatto in ceramica colorata indicando le dritte necessarie a dipingere negli appositi spazi i simboli ebraici utili per disporne con precisione le pietanze con cui ci si ciba in quella festività.

Benny è intriso delle sue tradizioni e, come per ogni “ebreo errante”, sulle sue spalle è issa la storia di un intero popolo, dentro di sé perdura quella sorta di maledizione che è costata vessazioni, lacrime, sangue, lutti.

 

«Un nome e un luogo. Ma che importa, in fondo del luogo: Il nome ti dice, già lui, dove sei stato. Un luogo te lo puoi anche portare dentro e nasconderlo come un codice nel nome. Non è vero Rahman-Clemente? Le lettere del nome portano la tua cartografia, sono i segni stampati sui tuoi passaporti, sui tuoi fogli di vita o sui tuoi provvisori lasciapassare, sembrano fatui, ma sono segni fissi come la stella polare, come la stella del sud, dicono con precisione eterna da dove vieni, segnano i mille luoghi. Non hai potuto portarti via la terra, le pietre della tua casa non ti appartenevano, ma restavano, loro, della terra su cui erano cresciute. Qualche volta ti sei messo in tasca una zolla di terreno. Invece della terra, hai trasportato i nomi. È vero Löw, è vero Nissim, è vero Sarano, Souza, è vero Herskowitz, Friedlander? Che senso ha un nome se non ricordarti da dove sei passato, visto che da quei luoghi a cui non sei appartenuto, da cui non hai tratto linfa, non ti sei portato nulla, null’altro che parole, un po’ della lingua che hai appiccicato alla tua, modulandola, adattando pronunce e suoni, che la tua lingua ne assorbisse, per ricordo, qualche aliena melodia. Hai messo l’arabo nello spagnolo e lo spagnolo nel bulgaro e questo nel turco e l’ebraico nel tedesco e questo nel polacco e di questo ne hai travasato nell’ucraino, lo hai imbevuto in qualche dialetto dell’Azerbajan hai messo nel tuo francese qualche sapore di Aleppo e qualche odore di Creta o profumi del Peloponneso o della Macedonia…».

 

È un brano dello struggentissimo racconto “Sfrattato dallo studio cambio luogo” in cui echeggiano tutte le nenie affrante e soggiogate dall’infamia del mondo:

 

«[…]Un nome che segua la mappa dei luoghi, questa è l’unica cosa che ti serve per capire quale passo devi evitare quando esiti al bivio e sei indeciso su quale inferno ti sarà meno insopportabile per i prossimi mille anni. Allora chiedi alla gente indifferente del luogo se già ci sei stato qui, giaccio qui Tagliacozzo mutilatore di prepuzi, giaccio qui Shalom Pace, giaccio qui Aron Kuhn, sacerdote di riti nuziali, giaccio qui Eliezer Cohen, custode di preziosi segreti d’alcova, giaccio qui Abner Levine nato a Vilna vissuto all’inferno sepolto a Buenos Aires e io vissuto all’inferno sepolto a Reims e tumulato a Odessa, giaccio qui Sarah riso equoreo di Laban cedro dell’inferno mai sepolta giaccio qui, giaccio qui mai nato morto nelle viscere di Leah, giaccio qui Moshe Lev mai morto che quando tutti morivano increduli di essere uccisi non ebbero il tempo di dirmi che dovevo morire anch’io, che dovevo sparire, sloggiare, togliere l’incomodo, giaccio qui Bela Wolgemuth in attesa della mia ora che il tempo s’intenerisca e si ricordi del luogo che mi ha promesso, intanto giaccio qui.

E il passante si porta nel nome la carta del mondo e riconosce il passo rischioso e lo aggira, cerca un altro sentiero nella storia».

 

Per quello che mi riguarda, sono affascinato dalle lingue e dalle usanze indecifrabili. Più misteriose sono e più mi affascinano, ne voglio sapere di più ed è un modo per essere in maggiore sintonia con il mio amico. Una grossa mano mi è venuta dalla letteratura, i libri di Abraham Yehoshua mi hanno spalancato uno scrigno di saperi.

Benny ha inoltre scritto due libri di scienza, il primo dei quali nel 1995 è «Il favoloso innesto.Storia sociale della vaccinazione» con l’editore Laterza.

La vaccinazione si prefigge di proteggere sia l’individuo che la comunità è un  presidio preventivo fondamentale per la salute del bambino e ha permesso di ridurre in maniera rilevante sia il numero di patologie gravi che la mortalità dei bambini e le forme di disabilità infantile nel mondo. Come recita il colophon: «In questo libro. si traccia una vera e propria storia sociale della vaccinazione. Non ci si sofferma tanto sugli aspetti medici quanto sulle modificazioni di vita da essa derivanti e, insieme, sulle polemiche che nell’Ottocento accompagnarono i primi tentativi di vaccinazione di massa». Tanto più importante, oggigiorno, che fenomeni di rifiuto delle inoculazioni tornano in tutta evidenza ad affacciarsi sulla base di opzioni fra le più strampalate.

Copertina del libro "Il male dell'anima".jpgDue anni dopo, insieme a Giuliano Avanzini, pubblica sempre per Laterza: «Il male dell’anima. L’epilessia fra ‘800 e ‘900». Il libro si propone di analizzare in dettaglio le interpretazioni scientifiche e i diversi significati culturali assunti dal fenomeno epilettico. Secondo la celebre definizione di Assael e Avanzini, l’epilessia non dovrebbe essere considerata una malattia quanto un vero e proprio “Male dell’Anima” poiché in grado di corrodere intimamente l’interiorità dell’individuo, gettandolo in una condizione esistenziale di prostrante insicurezza e di degenerazione fisica e psichica.

C:UsersRinoAppDataLocalMicrosoftWindowsTemporary Internet FilesContent.Outlook16I1OE25img065.jpgBenny ama scrivere sia poesie che racconti. Afer sosteneva a ragione che Benny aveva «una scrittura tersa, di grande pulizia». Ho letto le sue poesie e i suoi racconti che lui, a un certo punto, ha voluto stampare “inproprio” per rimarcarne la proprietà che la “propria inadeguatezza” come dice lui per irridersi.

Non ho condiviso questa sua scelta poiché resto convinto che un vero editore, mese prima o mese dopo, Benny se lo sarebbe riuscito di sicuro a conquistare.

Leggiamo cosa scrive di lui l’addetta ai lavori di un sito letterariamente importante come “@phorism.it”: «scrivere poesia non è certamente come scrivere romanzi: ci vuole una penna intinta in sentimenti e uno sguardo che sappia allungarsi oltre il visibile ed è quanto troviamo nei suoi versi.

Questo smilzo libretto dal titolo “Immagini”,  così accattivante nella sua veste grafica, con quel girotondo di parole scritte a mano, che ci incuriosiscono e si fanno leggere e si fanno emozioni, entra di soppiatto nel nostro animo e richiama echi, sollecita risposte, solleva domande.

Versi che suonano immediati alle nostre orecchie, vicini alle nostre esperienze, capaci di valicare i muri dei nostri giardini: poesia d’amore, sempre, e la musica l’accompagna, questo ritmo che si avverte in sottofondo, culla le sillabe, le sostiene».

Forse, a questo punto, è bene che a parlare sia lui e lo faccia per il tramite dei suoi versi. La poesia più amata dai suoi lettori, ma non fra le sue preferite, si intitola: “L’amore dismesso”.

 

A volte sì hai ragione tu gli amori vanno dismessi,
come abiti lisi.
Fino a che non te ne sei estraniato
fino a che non sono oggetti che col tuo corpo
non hanno più nulla a che fare
fino al momento in cui non li appendi controluce
e vedendoli in trasparenza non ti chiedi
ma io in quello che ci facevo ancora?
era così consunto che mi ci potevano vedere attraverso,
nudo e crudo!
beh, fino a quel momento ti ci trovavi comodo, protetto, abituato ad aggattartici dentro,
senza necessità del mondo esterno,
che ti chiudesse pure lo spazio,
che concludesse il tuo universo.
Ti illudevi. L’amore liso,
se continua a contenere il tuo orizzonte,
ti sazia ancora quando non ti nutre più.
Allora è bene dismetterlo, riporlo nei ricordi,
sperando che qualche cosa te ne resti,
un sapore profondo di malinconia,
di memoria di non si sa più che,
un sentimento lontano. Una luce e un lutto.
Ed é bene che ciò avvenga prima che sia un amore con le toppe, ricucito, riattato, puntellato,
che ancora ti sta addosso quando più non gli appartieni
ed emana vapori rancorosi.
Quindi hai fatto bene tu
a liberartene presto appena te ne sei accorta,
mentre io me lo sono lasciato consumare addosso.
Chissà se gli amori dismessi si possono anche donare
come abiti vecchi a cui resti affezionato
e che ti piacerebbe vedere sopravvivere,
addosso a un altro.
Un amore come un abito si può dismettere
non solo per consunzione,
ma perché ti senti tu stesso cambiato,
non gli ci stai più dentro, ti ci senti oppresso, stretto,
potrebbe forse ancora andare bene a qualcuno,
ma tu ci soffochi, ne scoppi.
Anche in questo caso è meglio accorgersene a tempo,
quando i bottoni non tirano ancora sulle asole, impietosamente.

 

 È ancora il critico di “@phorism” a tirarne le conclusioni e le sue parole non sono affatto dissimili dagli antichi giudizi di Afer che avevo già fatto miei: «Certamente uno stile elegante, immagini nitide, un delicato diario poetico, un libro di poesia che si legge e si rilegge».

C:UsersRinoDesktopRinoScrittureBenny Assaelimg066.jpgSe ne potrebbero pubblicare altre, tutte parimenti meritevoli, ma non si aggiungerebbe che la constatazione di un già assodato: Benny è poeta fra i più sopraffini.

Non solo: è scrittore coi fiocchi e controfiocchi. Anzi, posso affermare che leggendo le sue dense pagine ho compreso l’immenso scarto che intercorre fra essere scrittori ed essere narratori. Lo si può dedurre dal secondo libercolo che Benny ha voluto stamparsi “inproprio”, dentro cui si snocciolano resoconti di vita come il “Tema”:

 

«Ora ti devo dire della vita. La vita, quella, non saprei. Per parlartene veramente bene dovrei poterti vedere un po’  a lungo, magari passeggiando lungo il fiume, perché diventa sempre più difficile parlare. Il lavoro rischia di assorbirmi troppo in questo periodo e non è quello che cercavo. Volevo più tempo per pensare e speravo anche di averne ma non sono ancora riuscito a trovare il ritmo giusto. I continui viaggi, i voli, i treni, mi permettono solo di leggere di più, ma non di scrivere ed è quello che invece più mi mancava. Lunghi tempi per scrivere. Scrivere, in questi ultimi anni, è diventato una necessità. Ma richiede anche parecchio tempo. Quando hai scritto per un’ora o due alla fine ti rendi conto che non hai riempito che poche pagine che si leggono in pochi minuti e, cosa ancora più scoraggiante, che contengono solo poche cose. Avevo pensato di poter disporre di molte ore per la scrittura. Tornare a casa e avere l’intera serata per scrivere o dovrei meglio dire per scriverti. Invece i miei velleitari tentativi di scrittura si vanno tristemente arenando. L’ultima volta che sono riuscito a scrivere è stato sull’aereo che mi portava a Parigi. Chissà perché i viaggi in aereo mi ispirano. Avranno qualcosa che alleggerisce, che avvicina al cielo. Manco di ispirazione quando sono a terra, sarà la forza di gravità che ti fa aderire al concreto, al terreno e invece io per pensare ho bisogno di aria. […]E se un maestro stralunato e meno convenzionale dicesse, parliamo dell’amore, ma non del primo acerbo e senza esperienza, parliamo dell’amore ultimo, quello definitivo, quello che ti lascia in bocca il sapore della dissoluzione, dell’assoluto, del niente è possibile dopo, quello che contiene tutti gli altri. L’amore che decidi di staccarti di dosso perché lo hai consumato e che ti ha consumato, ti ha tolto le forze, ha saziato ogni tuo residuo slancio erotico e che tieni nell’armadio come un feticcio a cui ricorrere nel poco tempo che ancora ti spetta e che non aneli di prolungare. L’amore che puoi consultare come un libro che racchiude le tue vicende, l’amore che le riassume, l’amore che ha affondato le sue radici con violenza nei tuoi visceri che gli si sono avvinghiati addosso per trattenerlo, l’amore che non sai più se sei tu a farlo vivere o lui a fare vivere te e che ti dà la continua sensazione di uno scambio impari, intollerabile a continuarsi come a terminarlo».

 

Parafrasando un pensiero espresso da Benny in uno dei suoi racconti: «Il mio maestro diceva ci sono i musicisti nati e i musicisti costruiti, possono essere tutti bravi, ma i primi li riconosci e sono pochi», lui è uno scrittore nato.

Nel leggerlo, ti rendi conto di quanta strada ancora ti tocchi di percorrere nel duro e quotidiano apprendistato alla scrittura per provare a raggiungere questo modo, a un tempo, semplice e alto di stilare delle sacrosanti, indiscutibili verità ultime.

 

 

Maurilio Riva  o, più semplicemente, Rino

Maurilio Rino Riva, Benny, medico musicista poetaultima modifica: 2012-02-24T11:03:12+01:00da mangano1
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