Aless Aleotti,IL CALCIO COME QUESTIONE FONDAMENTALE DEL NOSTRO TEMPO

 

 

SonoScomodo.jpgCari amici di Milania, vi segnaliamo una riflessione di Alessandro Aleotti dal titolo “Il Calcio come questione fondamentale del nostro tempo” che potete trovare su

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qualora siate interessati a ricevere comunicazioni legate alle nostre analisi sul tema del calcio come fattore sociale , politico ed economico, potete confermare a< posta@breracalcio.it >e sarete inseriti nella nostra mailling list, altrimenti questo sarà l’unico avviso che riceverete A presto

IL CALCIO COME QUESTIONE FONDAMENTALE DEL NOSTRO TEMPO

Per cominciare questa serie di riflessioni sul calcio mi pare giusto indagare le cause profonde della centralità di questo sport, non tanto nella dimensione sociale, quanto in quella che appartiene alla sfera del sentimento più intimo. Non credo,infatti, che la rilevanza del calcio dipenda dalla dimensione economica o dalla pressione mediatica. Anzi, questi elementi, non solo non rafforzano il “potere del calcio” sugli individui, ma rappresentano (salvo che per gli “addetti ai lavori”) rilevanti fattori di riduzione della “potenza del calcio”. Il business e l’invadenza mediatica aggiungono solo fastidioso “rumore” alla nitida poesia del calcio. Se a questo aggiungiamo l’ostinato e ottuso “rifiuto del calcio” da parte delle istituzioni formative (dalla scuola elementare all’università), dobbiamo allora chiederci dove nasca questa forza profonda che rende il calcio così importante per la nostra vita. Sappiamo per certo che non sono i protagonisti del calcio a rendere straordinaria questa realtà. Il calcio moderno non è più un mondo abitato da “eroi in carne e ossa”, ma è anch’esso risucchiato dalla venalità del denaro e, quindi, insensibile alle personalità che oltrepassino la barriera dell’ignoranza e della brama di potere. Non è, quindi, dal “mondo del calcio” che proviene il “potere del calcio”. La centralità della questione del calcio è di natura filosofica. Come ebbe anche a rilevare il teologo tedesco Bernhard Welte in alcuni brevi saggi pubblicati negli anni ’70 del secolo scorso, il calcio – più di qualunque altro sport o fenomeno collettivo – coincide con un archetipo umano che deriva dalla profondità della nostra coscienza e rende questo gioco una perfetta metafora della vita, ponendo sullo stesso piano esistenziale sia i giocatori che gli spettatori. La partita di calcio è un evento insieme unico e molteplice che ogni volta si ripropone lasciando inalterato il proprio “senso di indispensabilità”. Ogni partita di calcio è definitiva (come se fosse l’ultima da giocare), ma basta aspettare sette giorni (o anche meno) per rivivere la stessa autentica esperienza di unicità. Il tempo della partita non appartiene al tempo “reale” , ma a quello “sospeso” che è proprio del sogno o del ricordo. Chi può veramente pensare che quei 90 minuti siano uguali a quelli scanditi dall’orologio in un altro momento della giornata? L’originalità che fuoriesce dal tempo rende la partita di calcio una esperienza rituale e simbolica molto vicina a quella dei miti e delle religioni. Insomma, il calcio ha molto a che fare con il sacro ed è per questo che sopravvive a ogni lordura, esattamente come la Chiesa sopravvive agli scandali più odiosi (dai ladrocini alle pedofilie) e ai comportamenti più vili (dalle benedizioni ai massacri dei crociati ai silenzi sulle camere a gas dei nazisti). Se questa parentela con il sacro si verifica, allora al calcio possono essere applicate le categorie teologiche che definiscono la dimensione “perfetta” della giustizia ( cioè, della vita “ come dovrebbe essere “) e che fanno riferimento a un sistema di regole che non deriva, come nei processi storici, dalla volontà del vincitore, ma rimane sopra le parti permettendo un eterno ripetersi del miracoloso rituale della partita di calcio, cioè di un conflitto adulto e serio dove, tuttavia, l’avversario non diviene il nemico da abbattere e non si lascia al vincitore l’odioso diritto di definire ciò che è giusto. Forse alcuni riterranno che io sia andato troppo “in alto” per spiegare il motivo dell’importanza che il calcio assume nella nostra vita. Se certamente nei prossimi scritti mi impegnerò ad approfondire temi concreti e a immaginare progettualità che, attraverso il calcio, possano contribuire migliorare la vita di tutti noi, tuttavia, in questa sede non posso non cercare di rispondere alla domanda essenziale: “Qual è il calcio perfetto?” Indubbiamente, alla luce delle considerazioni sopra esposte, non si può che rispondere indicando tre elementi. Il primo è l’assenza del denaro. Questo non significa che il calcio debba essere povero, ma che esso debba, a tutti i livelli, considerare il denaro come elemento irrilevante nelle scelte, cioè una sorta di bisogno secondario da attivare laddove non sia possibile fare altrimenti. Che questo conduca al calcio dorato degli sceicchi o a quello francescano dei dilettanti dipende dalle compatibilità con il sistema sociale circostante ed è – sul piano filosofico – del tutto indifferente. Il secondo elemento è la presenza nel calcio di un progresso tecnologico che conduca a uno sviluppo della partecipazione comunitaria e non – come oggi accade con il sistema mediatico – ad ostacolare la bellezza del calcio attraverso la produzione sistematica di un astioso risentimento tra le persone che spinge verso un “godimento solitario” della partita di calcio. Infine, il terzo elemento per un “calcio perfetto” è la consapevolezza dei significati profondi che il calcio richiama, ma questa – fortunatamente – giunge a tutti per via emotiva e non richiede la complessa riflessione intellettuale che qui ho cercato di sintetizzare. Per commentare con Alessandro Aleotti questo scritto potete inviare una mail a: presidente@breracalcio.it

Aless Aleotti,IL CALCIO COME QUESTIONE FONDAMENTALE DEL NOSTRO TEMPOultima modifica: 2013-02-15T19:26:44+01:00da mangano1
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