Vincenzo Scalia, la mafia ai tempi del postfordismo

by materialiresistenti (01/09/2008 – 15:51)
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VINCENZO SCALIA, La mafia ai tempi del postfordismo

1. Introduzione. – 2. Dalla borghesia mafiosa alla mafia orizzontale: le trasformazioni del modo di produzione e della politica mafiosa. – 3.Territorio e cultura: continuità e trasformazioni della mafia postfordista. – 4. La nuova organizzazione mafiosa o l’outsourcing delle economie sporche. – 5. Conclusioni.

1. Introduzione

“Lo dovresti vedere. Sembra un “gonzaghino” (allievo della scuola gesuita della Palermo-bene). Passeggia ogni pomeriggio in via Libertà. È vestito elegante, non è per niente “tascio” (pacchiano), parla un italiano perfetto, senza inflessione dialettale, non usa nemmeno una parola di palermitano, dicono anche che è laureato. Ogni volta che passa, tutti i negozianti si affrettano ad uscire dalla strada e lo salutano, e lui ricambia con un sorriso. È intelligentissimo, e non perdona nessuno, si dice che abbia fatto qualche “lavoretto”… e non ha nemmeno trent’anni, ma dovresti vedere come hanno paura di lui quelli di cinquant’anni. E gira senza guardaspalle al seguito…” [Commerciante palermitano del centro].
Cento anni di rappresentazioni del mafioso, poco più di trenta di esperienza diretta, vanno in frantumi con questa descrizione. Il mafioso
pacchiano, arrogante, che a New York continua a mangiare la pasta con le sarde, come ce lo hanno descritto Scorsese e Coppola, non esiste più.Figuriamoci il mafioso agro-pastorale incarnato da Michele Greco e Totò Riina, che parla l’italiano traducendo dal siciliano e si veste ancora
da guardia campestre. Dalla metà degli anni novanta, quando la riprovazione generale sollecitò gli arresti di Riina, Bagarella e Brusca, non si sente più parlare di mafia, salvo qualche sporadica notizia relativa alla mancata cattura del presunto “boss dei boss”, Bernardo Provenzano. Se da un lato questa tendenza può essere attribuibile all’attenzione rivolta dai media ad altre “emergenze” (immigrazione, terrorismo), o al fatto che la maggioranza attuale annoveri tra le sue file la presenza di alcuni personaggi chiacchierati o addirittura sotto processo per le loro
presunte aderenze mafiose, dall’altro lato è anche il frutto di una valutazione errata, arretrata, del fenomeno mafioso. Tale lettura si regge sulla convinzione che la mafia sia la stessa organizzazione verticistica degli anni ottanta, così come è stata descritta dai pentiti e disvelata dagli inquirenti. Ne consegue la convinzione che sia bastato decapitare la vecchia Cupola per risolvere il fenomeno mafioso, a cui mancherebbe come ultimo tassello la cattura del nuovo presunto capo, Bernardo Provenzano. Procedendo di questo passo si rischia di trascurare il profondo radicamento di Cosa Nostra tra le pieghe della società, e di ridurre la questione mafiosa a uno scontro al vertice tra poteri legittimi (lo Stato) e illegittimi (la criminalità organizzata). Inoltre, anche la mafia, in quanto fenomeno sociale inserito nella rete delle relazioni di potere politico ed economico, è andata incontro a trasformazioni profonde, che ne hanno ristrutturato gli assetti organizzativi, gli
interessi e la configurazione culturale e relazionale. Se è vero che la mafia, da organizzazione sorta per regolamentare la produzione e i
rapporti sociali all’interno del latifondo [U. Santino, 2000], si è poi adeguata alle trasformazioni del sistema produttivo, bisogna supporre
che le trasformazioni produttive e sociali che definiamo come postfordismo abbiano prodotto dei mutamenti qualitativi rilevanti anche
all’interno di Cosa Nostra. In questo intervento cercherò di fornire degli spunti interpretativi che permettono di aprire la strada a una
nuova lettura del fenomeno mafioso, fondata sul pensiero critico contemporaneo. A partire da alcuni recenti fatti di cronaca, cercherò di
delineare un percorso di possibili mutamenti in senso postfordista di Cosa Nostra, sotto i quattro aspetti dei mercati all’interno dei quali
opera, della rete dei valori a cui fa riferimento, della sua struttura organizzativa e dei processi comunicativi.
La categoria “postfordismo”, introdotta per la prima volta negli anni ottanta dalla scuola regolazionista francese [A. Gorz, 1993], conosce da
anni un uso diffuso nelle scienze sociali [A. Zanini, U. Fadini, 2001]. Di solito si mostra adeguata a inquadrare i mutamenti strutturali che
hanno avuto luogo all’interno della sfera produttiva e distributiva:passaggio da un’accumulazione rigida a una flessibile fortemente
influenzata dalle dinamiche dei mercati finanziari [D. Harvey, 1989];prevalenza della produzione di beni immateriali e della logistica sui
beni materiali; organizzazione della produzione sul modello del just in time al posto della vecchia catena di montaggio [T. Ohno, 1994];tramonto della grande fabbrica e affermazione di un’organizzazione produttiva basata su piccole e medie aziende diffuse sul territorio, o
“fabbrica diffusa” [A. Bonomi, 1998]; ritorno al lavoro autonomo, che pur orbitante attorno alle grandi multinazionali, comporta comunque una
contrazione della manodopera legata da un rapporto di lavoro dipendente [S. Bologna, 1998]. Tali mutamenti strutturali hanno modificato in
profondità i rapporti sociali, producendo una società fortemente frammentata, orientata all’individualismo [Z. Bauman, 2002], attenta ai
processi comunicativi in misura maggiore rispetto al passato [O. Marchisio, 2000]. Infine, il postfordismo ha inciso significativamente
nelle relazioni tra società, economia e stato [K. Ohmae, 1996]. In quanto vera e propria rivoluzione produttiva, avvenuta sotto l’egida del
neoliberalismo, il postfordismo non si caratterizza soltanto per la riduzione delle prerogative statuali all’interno dell’economia. Ha anche
ridimensionato i partiti come principale strumento della rappresentanza collettiva, rilanciando una politica fondata sui personalismi a livello
locale, sul leaderismo a livello nazionale, in un contesto di competizione elettorale all’interno del quale i contorni ideologici si fanno sempre più sfumati. Sulla scia dello sforzo già compiuto da altri studiosi [D. Melossi, 1999], che hanno posto attenzione alle trasformazioni dei fenomeni
criminali in relazione al postfordismo, tenterò di mettere in relazione quest’ultimo con la mafia. Se il fenomeno mafioso, come crediamo, si
connota per essere una realtà osmotica con l’economia, la società e la politica ufficiali, con le quali condivide le trasformazioni più
significative, di conseguenza, come cercherò di dimostrare nel corso di questo lavoro, si può parlare di “mafia postfordista”. Utilizzerò la
categoria sopra esposta per delineare alcune delle tendenze più significative in merito alle trasformazioni di Cosa Nostra, che
incominciano a partire dalla fine degli anni settanta, ma proseguono,più tumultuosamente, dall’inizio degli anni novanta in poi [U. Santino,
1992; 2002]. Sul versante economico, la mafia siciliana, alla stregua delle grandi multinazionali, sceglie di specializzarsi nelle funzioni
direzionali e nei settori più qualificati, delocalizzando o abbandonando quei settori produttivi, in particolare quelli dei mercati illegali, che
comportano alti rischi. Questa scelta risente in misura non secondaria di una strategia comunicativa, che Cosa Nostra sceglie di adottare per
la prima volta nella sua storia in seguito all’attenzione e alla riprovazione che l’opinione pubblica le ha riservato a partire
dall’omicidio del generale Dalla Chiesa (1982), ma soprattutto dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio (1992). Questa strategia, verso
l’interno, si traduce in una maggiore oculatezza nel reclutamento e nella formazione dei propri membri, ai quali vanno richieste competenze
altamente qualificate anche sul piano culturale. Verso l’esterno, si manifesta nella scelta di non dare vita a omicidi eclatanti o ad altre
azioni particolarmente efferate. Della trasformazione in senso postfordista ne risentono anche i rapporti con la politica e con lo
Stato. Cosa Nostra non predilige più alcuni partiti o uno schieramento in particolare. La personalizzazione e la deideologizzazione delle
contese elettorali consentono all’organizzazione di scegliere tra un ventaglio di candidati trasversale agli schieramenti. Inoltre, la
riduzione dell’importanza del ruolo dello Stato nell’economia crea per la mafia siciliana maggiori opportunità per mettere ulteriormente a
frutto le proprie ramificazioni internazionali, proponendosi così come un soggetto attivo di primo piano nella globalizzazione dei mercati.
La finalità di questo lavoro non è quello di dare una spiegazione definita delle trasformazioni del fenomeno mafioso. Lo scopo piuttosto
consiste nel delineare, a partire da fatti recenti, alcune ipotesi sulle trasformazioni tendenziali dello stesso fenomeno, per creare una nuova
cornice interpretativa che ne consenta una lettura aggiornata e una comprensione maggiore. La mia esposizione prende le mosse utilizzando
come riferimenti teorici i lavori di due autori in particolare. Il primo è Umberto Santino, il cui “paradigma della complessità” [U. Santino,
1995, 129 s.], che definisce la mafia come “un insieme di organizzazioni criminali, di cui la più importante ma non l’unica è Cosa Nostra, che
agiscono all’interno di un vasto e ramificato contesto relazionale, configurando un sistema di violenza e di illegalità finalizzato all’acquisizione del capitale e all’acquisizione e gestione di posizioni di potere, che si avvale di un codice culturale e gode di un certo consenso sociale”, rappresenta un valido punto di partenza per una lettura più articolata del fenomeno mafioso, rifuggendo i riduzionismi che inquadrano di volta in volta Cosa Nostra alla stregua di un’impresa,sia della protezione privata [D. Gambetta, 1992] o meramente criminale [R. Catanzaro, 1987]. In particolare, risulta convincente l’insistenza da parte di Santino sull’aspetto culturale e relazionale, che risulta centrale nei processi produttivi della società contemporanea. Il secondo autore è Vincenzo Ruggiero, che negli ultimi anni ha insistito sulla strutturazione di gerarchie risalenti alla divisione del lavoro all’interno dell’organizzazione criminale [V. Ruggiero, 1996].L’impianto analitico di Ruggiero mostra una certa forza nella misura in cui ci consente di mettere in relazione la mafia con le trasformazioni produttive, che influiscono anche sul piano delle relazioni e dei legami sociali.
2. Dalla borghesia mafiosa alla mafia orizzontale: le trasformazioni del modo di produzione e della politica mafiosa
Il fenomeno mafioso, sin dagli albori [L. Franchetti, S. Sonnino, 1974], si qualifica come un sistema locale di regolamentazione dei rapporti di
produzione capitalista. La mafia fa leva su un sistema articolato di relazioni sociali, a partire dal quale vengono garantiti il reclutamento

della manodopera, un livello di produttività proporzionato alle esigenze del mercato, una commercializzazione a prezzi concorrenziali. Il modo di produzione mafioso è organizzato gerarchicamente, partendo daibraccianti per ascendere ai caporali, fino ad arrivare ai campieri e
infine ai grandi affittuari, che gestiscono il latifondo per conto deinobili. Questi ultimi due soggetti agiscono in collegamento diretto, a
volte in sovrapposizione, con politici, professionisti, banchieri,imprenditori, che dal latifondo traggono una rendita di posizione. Mario
Mineo [1995] definirà questo composito blocco di potere come “borghesiacapitalistico-mafiosa”.
La mafia si caratterizza fin dall’inizio come un fenomeno socialeinterno al modo di produzione capitalistico. A partire da questo
elemento si può spiegare la scelta da parte della classe dirigentesiciliana di sposare la causa della formazione dello Stato unitario. La
liquidazione del regno borbonico consente a nobiltà e agrari diritagliarsi un ruolo di potere all’interno della nuova formazione
politica. Nel corso della fase monarchica dello Stato italiano laborghesia capitalistico-mafiosa gestisce il potere in periferia e
assicura lo sviluppo dell’agricoltura intensiva del latifondo e losfruttamento delle miniere di zolfo. È all’interno di questa cornice che
si delineano all’interno della società siciliana quei sommovimenti chepoi sfoceranno nei Fasci siciliani di fine secolo [F. Renda, 1977] e
daranno slancio alla nascita di un movimento contadino e operaio articolato, che Cosa Nostra non tarderà a reprimere, da sola e con la
collaborazione delle autorità statali [U. Santino, 2000]. La sconfitta definitiva di questi movimenti sociali produrrà la prima grande
emorragia, che sfocerà nella massiccia emigrazione dalla Sicilia al di là dell’Oceano, in particolare negli Stati Uniti d’America. Il fascismo,
se da un lato spegnerà gli ultimi sussulti di soggettività contadina,dall’altro lato intratterrà un rapporto ambiguo con le classi dirigenti
siciliane. All’inizio si porrà in conflitto con un sistema di potere che mette in discussione la pretesa del regime di controllare direttamente e
totalmente il territorio. In seguito si verificherà un’adesione diffusa al regime da parte della borghesia e della nobiltà siciliana, inclusi
alcuni membri di Cosa Nostra [M. Pantaleone, 1969].  L’autonomia regionale, acquisita dalla Sicilia nel secondo dopoguerra,
permette alla borghesia mafiosa di compiere il salto di qualità. Di fronte alla nascita della Repubblica e alla crescita dei movimenti
operaio e contadino, la borghesia mafiosa si propone come un soggettoattivo della politica nazionale. Al di là del ruolo rivestito nella
conquista dell’isola da parte alleata [F. Gaja, 1990], tuttora in discussione, tra il 1943 e il 1947 Cosa Nostra agisce non soltanto nelle
vesti della sua classica funzione repressiva dei movimenti emancipatori che prendono piede in ambito locale, ma anche strutturandosi come uno dei soggetti cardine dell’anticomunismo. La strage di Portella della Ginestra [U. Santino, 1997; G. Casarrubea, 1997, 2001], nella quale
documenti recenti hanno testimoniato la presenza di figure dei servizi segreti italiani e internazionali, suggella il compimento di questo
salto di qualità. Le aspettative di riscatto sociale insite nel nuovo ordine politico vengono neutralizzate attraverso una politica che
alterna la repressione violenta a pratiche clientelari diffuse. La nuova fase del dominio mafioso provoca una nuova ondata migratoria, rivolta
verso il Nord Italia e l’Europa Settentrionale. La leva dell’intervento statale per rilanciare l’economia assicura alla borghesia mafiosa la
possibilità di crearsi nuovi spazi di potere a livello locale e nazionale. La classe dirigente siciliana si ambienta perfettamente all’interno del
contesto dirigista e normante del sistema produttivo fordista-keynesiano: i trasferimenti di reddito dal centro servono a
creare una classe media di origine impiegatizia, nonché un esteso apparato burocratico funzionale alla riproduzione dei rapporti di potere
permeati dall’egemonia mafiosa. Il denaro accumulato nel latifondo viene investito soprattutto nell’edilizia e nel suo indotto industriale, oltre
che nel piccolo commercio. A fianco delle attività lecite, ricevono attenzione anche i mercati illeciti, soprattutto la droga, le armi, le
sigarette di contrabbando. Attraverso questi canali, la borghesia mafiosa riesce ad assicurarsi un consenso sociale diffuso, soprattutto
grazie alla possibilità di assicurare, grazie alle sue plurime ramificazioni in campo economico, una posizione relativamente stabile
all’interno del mercato del lavoro a una massa di popolazione dotata di qualificazione medio-bassa. Dagli impiegati regionali agli addetti al
commercio al dettaglio, passando per gli operai edili, il modo di produzione mafioso, nel suo singolare intreccio di produttività e
parassitismo [U. Santino, 1995], crea un bacino occupazionale duraturo, di massa, serializzato.
Dagli anni settanta in poi, sulla scia della crisi del fordismo nelle aree industrializzate del Paese, il sistema di potere mafioso apre un
nuovo versante, per differenziare ulteriormente le sue attività economiche. Grazie alle deroghe sulla legislazione bancaria di cui gode
la Sicilia, cominciano a proliferare nell’isola banche, società finanziarie, di consulenza, che in massima parte riciclano i capitali
risultanti dai proventi delle attività mafiose. La mafia finanziaria, sull’onda dell’esaurimento dei margini di profitto nei mercati
dell’edilizia e dell’industria pubblica, si candida con successo a un ruolo di intermediazione delle transazioni finanziarie che nascono a
partire dall’esigenza di riciclare i capitali accumulati nelle attività illegali, organizzando una rete sovranazionale che, sulla scia della
globalizzazione dei mercati, conosce uno sviluppo tumultuoso. Esempi di questo tipo sono il caso di Vito Palazzolo, il mafioso siciliano da anni
residente in Sudafrica e titolare di un impero economico imperniato sulle attività finanziarie, e alcuni gruppi mafiosi con base in
Sudamerica, come i fratelli Caruana e Cuntrera, che dal traffico di stupefacenti passano a gestire una serie di attività basate sul turismo
e la finanza. Sin dai tempi di Michele Sindona, Cosa Nostra si mostra in grado di mettere a frutto le sue ramificazioni transnazionali, la
risorsa relazionale dei legami col mondo politico, il suo accresciuto peso economico, per votarsi a svolgere funzioni direzionali altamente
specializzate.Un altro mutamento produttivo qualitativamente rilevante si riferisce alversante degli appalti pubblici. Le recenti vicende relative ai fondi di Agenda 2000 e le disavventure giudiziarie che mettono in discussione il governatore della Sicilia Cuffaro descrivono una mafia meno interessata alla realizzazione di dighe, autostrade, zone industriali, alloggi popolari. La nuova frontiera dell’appalto mafioso è rappresentata dal Ponte sullo Stretto, dai trasporti pubblici (metropolitane di Palermo e Catania in primis), dai complessi turistici e alberghieri, dal cablaggio delle principali città siciliane, dalla cultura. Opere che, oltre ad allinearsi con l’economia dell’informazione, della conoscenza, del
movimento, hanno anche l’effetto di realizzare una forte presa sull’immaginario collettivo. Un’analoga tendenza si avverte in ambito commerciale. Negli ultimi anni, a Palermo, si è assistito alla chiusura di catene commerciali storiche e alla crisi dei luoghi di approvvigionamento tradizionali (primo tra tutti la Vucciria), di pari passo allo sbarco di griffe di fama mondialee all’espansione di centri commerciali e ipermercati, tuttoraprepotentemente incoraggiata dalle amministrazioni locali. Il controllodel territorio esercitato da parte di Cosa Nostra lascia supporre che laconversione degli interessi produttivi mafiosi giochi una parte capitalenel riallineamento degli equilibri della distribuzione commerciale in Sicilia. Il passaggio ad attività manageriali da un lato, la concorrenza di
organizzazioni nazionali e internazionali dall’altro (vedi la
‘Ndrangheta o le mafie dell’Est), fa sì che la mafia siciliana si
ritragga dai mercati illegali più tradizionali, come il traffico di
stupefacenti e di sigarette, per puntare sul traffico dei rifiuti
tossici e investire, come sta venendo alla luce dai processi Fininvest,
anche nel campo dell’informazione e della conoscenza, sia investendo
direttamente, sia gestendo i terminali periferici della new economy.
Anche all’interno della sfera politica si registrano alcuni mutamenti
significativi. In primo luogo, con la crisi della prima Repubblica e con
la globalizzazione dei mercati, si esaurisce il peso della spesa
pubblica e dell’intervento statale nelle economia. Il clientelismo di
massa registra una crisi irreversibile, legata al tracollo dei
principali partiti che lo gestivano e lo sviluppavano, nonché
all’introduzione del sistema elettorale maggioritario, imperniato sulla
rappresentanza individuale. In secondo luogo, la crescita di una
sensibilità antimafia diffusa a livello di società civile,
l’implementazione di alcune significative politiche pubbliche antimafia
dagli anni ottanta in poi [A. La Spina, 2005], ostacolano la
perpetrazione dell’intreccio tra mafia e politica negli stessi termini.
Le recenti vicende giudiziarie fanno trapelare che l’influenza mafiosa
sulla politica si manifesterebbe in maniera meno organica a uno
schieramento politico, preferendo porsi sotto forme di trasversalità
rispetto a diversi candidati. Lo scopo sarebbe quello di muoversi in
maniera più agile e attrezzata ad affrontare i frequenti cambiamenti di
maggioranza causati da un sistema politico bipolare. Inoltre, le
tendenze al decentramento comportano il consolidamento dell’attenzione
di Cosa Nostra verso lo spazio politico locale.
Le conseguenze di questi mutamenti si avvertono anche sul piano
dell’organizzazione e su quello della cultura mafiosa. Da una borghesia
capitalistico-mafiosa, vertice di un sistema produttivo che prendeva le
mosse dalla relazione tra centro e periferia per orientare i flussi di
denaro pubblico e dei proventi delle attività illegali verso il settore
secondario e terziario arretrato, si passa a una “mafia orizzontale”,
che fa leva sul consistente controllo dei capitali per operare,
attraverso prestanome, imprenditori conniventi, estorti o sottoposti al
ricatto dell’usura, professionisti, all’interno dei nuovi settori di
mercato. La mafia orizzontale, pur continuando a perseguire lo
sfruttamento parassitario della ricchezza sociale a mezzo della
violenza, è ormai pienamente integrata nell’economia ufficiale,
rendendosi meno individuabile e contrastabile. Ne consegue un diverso
utilizzo del territorio, un adattamento dei codici culturali alle nuove
esigenze, una diversa configurazione organizzativa.

3. Territorio e cultura: continuità e trasformazioni della mafia
postfordista

Il territorio ha costituito da sempre la risorsa cruciale per
l’affermazione e lo sviluppo del sistema di potere mafioso. La mafia
agraria, come quella industriale, concepivano il territorio come la
risorsa principale da sfruttare per organizzare e realizzare i loro
guadagni. Nell’epoca del latifondo lo sfruttamento delle potenzialità
produttive della terra si coniuga al controllo delle risorse idriche,
delle vie di comunicazione, dei mercati. La mafia industriale fonda la
sua affermazione sulla capacità di convertire, nelle aree urbane, i
fondi agricoli in aree edificabili, che consente di realizzare profitti
consistenti su scempi urbanistici e ambientali come il “sacco di Palermo”.
La società locale dell’epoca approva e legittima la speculazione
edilizia non solo sulla base delle potenzialità occupazionali insite nel
volano edilizio, ma anche a partire dalla convinzione che il prezzo del
progresso consista nel sommergere i rigogliosi agrumeti della Conca
d’Oro con anonimi e pletorici falansteri di cemento armato. Il controllo
politico e militare del territorio da parte di Cosa Nostra s’intreccia
quindi con la produzione e la circolazione di discorsi condivisi
collettivamente, che scaturiscono dalla ricettività delle trasformazioni
culturali da parte dei mafiosi, manipolate e rimodellate secondo le
esigenze di dominio e veicolate attraverso il controllo dei canali
comunicativi e relazionali [A. Blok, 1986]. In altre parole, la mafia si
forma all’interno del contesto socio-culturale siciliano, di cui
condivide i valori dell’amicizia, della famiglia, del rispetto,
dell’onore. Questi valori vengono utilizzati ai fini della costruzione
del dominio mafioso, sia attraverso la creazione di reti familiari e
amicali che fanno capo a esponenti della mafia, sia per regolamentare le
controversie e i conflitti che sorgono all’interno della società locale.
Inoltre, la famiglia, l’amicizia, il rispetto e l’onore fungono anche da
veri e propri entitlement per regolamentare la distribuzione delle
risorse, oltre che da strumenti preventivi di eventuali violazioni
dell’ordine sociale. Il controllo del territorio, prima che dal piano
fisico e politico, passa attraverso il dominio simbolico e relazionale,
facendo sì che in anticipo sulla società postfordista la società
siciliana venga “messa al lavoro” dalla mafia.

Il passaggio dalla mafia industriale a quella finanziaria produce
un’ulteriore modificazione del rapporto tra dominio mafioso, territorio
e sistema culturale. Come in tutte le economie postfordiste, la mafia si
deterritorializza. La messa al lavoro del territorio cessa di essere
funzionale allo sfruttamento delle risorse locali ai fini del profitto.
Da un lato, lo sfruttamento intensivo della rendita fondiaria è andato
incontro a un naturale esaurimento, dall’altro la diversificazione delle
attività imprenditoriali nelle direzioni dell’economia della conoscenza
tolgono al territorio la connotazione di bacino produttivo. I codici
culturali condivisi, fondati sul quadrinomio
famiglia-onore-amicizia-rispetto, si riadattano in direzione del
reclutamento di personale specializzato destinato a ricoprire mansioni
superiori all’interno dell’organizzazione. In altre parole, la mafia
utilizza il territorio locale per localizzarvi le funzioni direzionali
più importanti, come l’organizzazione e la progettazione delle sue
attività, nonché per mantenersi quegli spazi di potere politico che le
permettono di pesare al di fuori del contesto siciliano.

La necessità di dotarsi di un patrimonio comunicativo più consono alla
società contemporanea fa sì che, come ci mostra l’esempio citato in
apertura, a differenza delle generazioni precedenti il nuovo mafioso si
doti di una formazione culturale superiore e assuma codici comunicativi
che attingono più all’immaginario globale che a quello della società
siciliana degli cinquanta o della New York degli anni trenta. Al Capone
e don Calò Vizzini cedono il posto volentieri al manager efficiente,
specializzato e suadente, per assicurare la sopravvivenza e il
rinnovamento di Cosa Nostra. L’attenzione della mafia verso l’aspetto
comunicativo è dimostrata dalla diversa utilizzazione dello strumento
ultimo del dominio mafioso, vale a dire l’omicidio. In realtà, a
differenza di altre organizzazioni criminali, Cosa Nostra ha sempre
dosato con oculatezza la violenza, limitandone l’uso alla ridefinizione
degli equilibri di potere interni [U. Santino, G. Chinnici, 1989] o alla
rinegoziazione dei suoi rapporti con le istituzioni, come nel caso degli
omicidi eccellenti. Il consenso sociale e culturale di cui godeva
all’esterno, la coesione e la stabilità interna, facevano sì che l’uso
della violenza fosse “programmato”, quindi limitato a brevi periodi: la
prima guerra di mafia, apertasi negli anni sessanta, la seconda guerra
di mafia, di inizio anni ottanta, esemplificano questa scelta “politica”.
L’avvento dell’era della comunicazione costringe Cosa Nostra a un
mutamento di rotta. Sin dall’omicidio del generale Dalla Chiesa la mafia
ascende prepotentemente alla ribalta mediatica. Proliferano film, serial
televisivi, libri, dibattiti pubblici dedicati alla questione mafiosa,
conditi da un’improvvisa fioritura di mafiologi, che Leonardo Sciascia,
pur con riferimenti sbagliati, non tarderà a definire “professionisti
dell’antimafia”. Le stragi del 1992 di Capaci e via D’Amelio,
amplificate dai mezzi di comunicazione, moltiplicano la riprovazione nei
confronti di Cosa Nostra, insediata sul terreno del consenso sociale,
che ne aveva assicurato lo sviluppo nei decenni precedenti. Per
attrezzarsi a rispondere a questa sfida si producono importanti
ristrutturazioni all’interno della mafia. Sotto il primo aspetto, come
ipotizzano alcuni autori [S. Lodato, 1999], si verifica la sconfitta
della cosiddetta “ala militarista” e la cattura dei suoi esponenti più
importanti come Riina, Bagarella, Brusca, che avrebbero voluto le stragi
del 1992. Sotto il secondo aspetto, si avvia una vera e propria
organizzazione di marketing finalizzata al rilancio dell’organizzazione.
Gli omicidi si riducono drasticamente, le stragi e i delitti eccellenti
cessano. Un mutamento qualitativo da sottolineare avviene anche
nell’utilizzo di una delle tecniche mafiose più diffuse, vale a dire la
“lupara bianca”. Nel passato le vittime di questo tipo di soppressione
fisica scomparivano inspiegabilmente, e i loro parenti si recavano dopo
pochi giorni a denunciare la scomparsa alle Forze dell’ordine. Le
tendenze più recenti, secondo quanto afferma un testimone privilegiato,
vanno in tutt’altra direzione: “I parenti aspettano alcuni giorni,
cominciano ad informarsi in giro. Finché un giorno, a casa loro, si
presentano alcune persone che spiegano come stanno le cose: ‘Suo marito
è con noi, non lo sappiamo quando può tornare… State tranquilli e non
fate niente, che è meglio per tutti…'”. Fino ai primi anni ottanta
Cosa Nostra non si curava molto dell’attenzione dell’opinione pubblica
verso le sue attività delittuose, forte anche dell’indifferenza di molti
settori della stampa locale, che negavano o ridimensionavano l’esistenza
di una organizzazione criminale sul territorio. La mediatizzazione del
fenomeno mafioso ha prodotto un mutamento sostanziale nelle strategie
comunicative dell’organizzazione. Le manifestazioni di violenza,
brutalità, sopraffazione producono un messaggio negativo, che suscitano
nel ricevente reazioni di riprovazione. La pace, il silenzio, oltre a
scaturire da un riassetto consolidato degli equilibri interni, sono
soprattutto il frutto della scelta di rifuggire l’attenzione mediatica e
di creare un clima pacificato, rilassato, che consente con successo la
ripresa degli affari, il recupero delle posizioni di potere, e prepara
la strada al riposizionamento e all’espansione nei nuovi mercati. Il
mutato rapporto col territorio, la diversificazione delle attività
economiche, le diverse strategie comunicative hanno luogo di pari passo
ai mutamenti degli assetti organizzativi interni.

4. La nuova organizzazione mafiosa o l’outsourcing delle economie sporche

Vincenzo Ruggiero, nel suo Economie Sporche, traccia un parallelo tra le
economie ufficiali e quelle che ruotano attorno alle attività illegali,
o che adoperano mezzi illegali in settori ufficiali. Anche nelle
“economie sporche” esistono diversi livelli di stratificazione rispetto
alle competenze, ai saperi, alle risorse, al potere contrattuale. Le
gerarchie inferiori delle organizzazioni criminali si trovano
conseguentemente più esposte ai rischi della precarietà economica, della
disoccupazione, della repressione delle Forze dell’ordine. Il modello di
Ruggiero, pur non indagando a fondo l’intreccio tra economie “pulite” e
sporche, ci serve come utile punto di riferimento per esporre le
tendenze attuali degli equilibri organizzativi interni alla mafia, e
alle sue implicazioni politiche.

La mafia industriale si struttura secondo il modello descritto dai
pentiti, in particolare da Tommaso Buscetta [Aa. Vv., 1991]. In
particolare, sembra riprodurre, in Sicilia e negli Stati Uniti
d’America, la configurazione organizzativa delle imprese dell’epoca
fordista. Strutturalmente legata al territorio al fine di affermare il
proprio dominio, Cosa Nostra deve controllarlo capillarmente. Di
conseguenza si dota di un assetto verticistico, centralizzato, rigido,
al fine di assicurare un presidio militare, accrescere il potere
contrattuale all’esterno, regolamentare le controversie interne. L’uomo
d’onore, unità di base dell’organizzazione, è inquadrato all’interno di
decine, mandamenti e famiglie, modellate sulla conformazione
territoriale sulla quale sono deputate a esercitare il governo
attraverso una forte disposizione gerarchica delle funzioni. La
Commissione, a Palermo, e la Cupola, in Sicilia, svolgono le mansioni di
veri e propri organi esecutivi delle attività dell’organizzazione. Il
presidio militare del territorio s’intreccia con l’esigenza di
controllarne e dirigerne direttamente le attività produttive, nonché col
fine di pesare sugli equilibri politici nazionali. Il traffico di
stupefacenti, il contrabbando di sigarette, l’edilizia, il commercio
all’ingrosso sono direttamente pianificati e gestiti da Cosa Nostra, che
si avvale della sua organizzazione capillare.

Agli inizi degli anni novanta la diversificazione degli interessi
economici s’incrocia con la caduta del muro di Berlino. La mafia perde
la sua importanza politica a livello internazionale, dal momento che il
fattore K è cessato per sempre. Contemporaneamente si affacciano sulla
scena le organizzazioni criminali dell’Europa dell’Est, mentre in Italia
si fanno strada prepotentemente la ‘Ndrangheta e la Sacra Corona Unita,
che si avvantaggiano delle nuove rotte dell’economia illegale [M.
Massari, 1997; Santino, 2002]. Sul piano sociale Cosa Nostra deve fare i
conti con la crescita dei movimenti antimafia e dell’attenzione
mediatica, mentre i conflitti interni producono una proliferazione dei
cosiddetti “pentiti”.
I tempi sono maturi per un riassetto organizzativo, con implicazioni sia
all’interno che all’esterno. L’esigenza di ricompattare le schiere dopo
che le rivelazioni dei pentiti hanno squarciato il velo sulla struttura
interna dell’organizzazione si coniuga con quella di dotarsi di una
struttura “leggera”, più consona a interessi economici non più
imperniati sullo sfruttamento del territorio, nonché alla necessità di
disporre di affiliati dotati di un più alto livello di cultura e attenti
alle strategie comunicative. La nuova Cosa Nostra si compone di un
numero minore di affiliati, più in grado di mescolarsi alla società
ufficiale ma altrettanto efficienti e spietati.

Gli effetti di questa ristrutturazione si avvertono anche all’esterno.
Cosa Nostra tiene per sé le mansioni direzionali, delegando all’esterno
la gestione dei suoi affari. Nel caso delle attività più tradizionali,
come il traffico di stupefacenti e il contrabbando di sigarette, si
assiste a un vero e proprio outsourcing, affidato a gruppi criminali
minori. In altri, come l’usura, il commercio, le attività produttive, la
mafia si affida ai prestanome o alle società miste, composte di
imprenditori “puliti” e di parenti senza precedenti penali, allo scopo
di aggirare la legislazione antimafia sulle licenze, proseguendo per un
percorso intrapreso all’inizio degli anni sessanta. Un’ulteriore
possibilità è rappresentata dalla costruzione di società finanziarie
gestite da personaggi puliti che riciclano i flussi di denaro sporco e
attraggono capitali freschi, che poi percorrono i tragitti delle
transazioni finanziarie lecite. Infine la mafia si avvale della sua rete
relazionale e del suo peso politico, ancora forte, a livello locale, per
orientare le scelte in materia di appalti e di politica economica, poi
gestiti da un circuito di professionisti, consulenti, politici,
committenti non direttamente collegati a Cosa Nostra. Attraverso questi
nuovi assetti organizzativi, che stanno cominciando ad affiorare nelle
più recenti indagini, la criminalità organizzata siciliana continua a
garantirsi una rendita di posizione a livello nazionale e globale,
riducendo i costi e i rischi che comportava un’organizzazione capillare,
eccessivamente visibile, con troppi affiliati.

5. Conclusioni

Questo articolo ha voluto essere, oltre che un tentativo di illustrare e
analizzare le trasformazioni della mafia, anche la proposta di un nuovo
percorso di studi sul fenomeno mafioso, che tengano conto delle
interazioni di questo con i processi di trasformazione sociale e
produttiva. In quanto fenomeno sociale integrato nella realtà di cui fa
parte, la mafia non può essere considerata come un’anomalia,
un’emergenza, o come la conseguenza di una mancanza di legalità, come è
stato fatto in questi anni. Cosa Nostra è un soggetto attivo delle
relazioni di potere della società italiana, e sopravvive perché riesce
ad adeguarsi ai mutamenti. Di conseguenza non si può pensare che sia
bastato arrestare alcuni dei suoi esponenti più pericolosi per porre
fine alla sua forza o ridimensionarla. Dall’altro lato, non si può
nemmeno collocare il fenomeno mafioso al di fuori delle dinamiche
socio-culturali e politiche. Questo atteggiamento porta alla
giustificazione di emergenze tanto sterili sul piano pratico (vedi
l’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario e altro) quanto
strumentali sul piano politico. Nell’epoca della globalizzazione parlare
di mafia si deve e si può. Si deve perché Cosa Nostra continua a
costituire un elemento costitutivo dell’ordine sociale dominante, quindi
uno degli avversari contro cui le nuove soggettività sociali e politiche
devono combattere. Si può perché la vicenda della mafia è scandita dalle
trasformazioni capitalistiche moderne. Non c’è bisogno di andare
lontano, bisogna infittire la rete, soprattutto verso Sud…

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di Vincenzo Scalia

Vincenzo Scalia, la mafia ai tempi del postfordismoultima modifica: 2008-09-01T17:53:00+02:00da mangano1
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