Guido Ceronetti, Cento anni di solitudine

Lévi-Strauss: cent’anni di solitudine di un antropologo
di Guido Ceronetti – 30/10/2008
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Fonte: La Stampa

In occasione dei cento anni appena compiuti da Claude Lévi-Strauss, Guido Ceronetti analizza il complesso rapporto fra il grande antropologo francese e la civiltà occidentale e ricorda l’importanza del suo libro Tristes tropiques.
Secondo Ceronetti Lévi-Strauss fu il primo, con quel libro, a denunciare la distruzione della foresta amazzonica da parte degli Occidentali mentre ne analizzava le forme di società indigene che ancora, nel 1955, sopravvivevano nella grande foresta tropicale. Lévi-Strauss ha svolto un grande lavoro per abbattere i pregiudizi culturali che l’uomo “civilizzato” contemporaneo nutre nei confronti delle società indigene o semplicemente “altre”. Per Ceronetti, è stato un lavoro fondamentale che ha tentato di riequilibrare la visione del mondo a senso unico prodotta dalla società occidentale.guido1.jpg

Se nel 1940 Claude Lévi-Strauss non fosse tempestivamente sbarcato a New York, questa straordinaria testa di pensatore e di ricercatore […] sarebbe stata consegnata, dal governo antisemita di Vichy, ai boia? La domanda è retorica, perché chi c’era – lui di famiglia ebrea – finiva laggiù se preso, e da antropologo avrebbe potuto elaborare, sulla struttura delle parentele tra l’uomo evoluto e gli spiriti del male, una teoria incompiuta. E noi non avremmo mai letto il libro che a tanti giovani di allora, 1955 e oltre, cambiò qualcosa di essenziale nel modo di vedere e concepire il mondo del XX – Tristes tropiques.
Oggi, vicino a compiere un secolo di esistenza, rimasto lucido come Ernst Jünger nel 1995, Lévi- Strauss può assistere, di lontano, alla Shoah della sua foresta amazzonica, fragile sotto i colpi dei distruttori-disboscatori-sfruttatori che incendiano, saccheggiano, uccidono tutto: sempre più acre, più torva si fa la tristezza dei tropici. (Venti anni fa, ai margini della foresta, il suo difensore in trincea, Chico Mendes, fu assassinato dai nemici del pianeta). Due o tre anni fa avrei voluto intervistare Lévi-Strauss a Parigi, ma era tardi ormai, rifiutò molto gentilmente, del resto stava preparando, con una bella équipe di devoti eruditi, l’edizione Pléiade di una selezione della sua immensa opera (2063 pagine, aprile 2008). Da tenere; ma sotto l’apparente splendore l’edizione nasconde una crudele irrespirabilità. Uno scrittore così difficile, così scrupolosamente minuzioso, in cui tutto è scavo dopo scavo, soggiacente portato in luce con fatica, grintoso, inevitabilmente a rischio di frequenti prolissità esplicative, va letto opera per opera, non in un semitutto. Tristes tropiques, il suo capolavoro, scompare, si fa brumoso, in questa Pléiade. Per riprenderlo, devo tornare alla indimenticabile edizione Plon del 1955 […] – là ancora la sua forza d’urto cognitiva è presente nella sua virginea irresistibilità. Indoamerica amazzonica o Asia orientale, che importa il soggetto, dopotutto? In un blocco d’inscienza l’importante è far breccia. Lévi-Strauss ci rivelava mondo, abbatteva pregiudizi, usava il machete nel folto delle ignoranze, ogni suo capitolo faceva crescere verso il suo autore il debito, la gratitudine. Capisco che Lévi-Strauss fosse attirato allora da Freud-Lacan, ma dal marxismo? Marx quei popoli indigeni amati dall’etnologo non li voleva certo preservare dall’estinzione! Non avrebbe lasciato vivere un solo Navajo al Nord, figuriamoci in Amazzonia. In Algeria era per Lyautey e la colonizzazione, voleva espansione a oltranza, trionfo planetario della civiltà occidentale. Se non sbaglio, gli intellettuali marxisti, cinquant’anni fa ancora una potenza ideologica, accolsero male Tristes tropiques e la sua negazione radicale del nostro mondo di livellatori sterminatori. Oggi lo spartito è cambiato, la musica comprende la distruzione effettuale e la protezione virtuale dell’ambiente, delle lingue e dei loro parlanti con o senza scrittura, leggi animaliste e specie viventi che si riproducono in riserve, di fatto ufficialmente perdute, Unesco che vieta e patrimoni dell’umanità che vanno in malora, e un pessimismo diffuso del mondo umanistico e scientifico che, senza capacità di rinunciare a nessun avanzamento tecnico, sempre più presentisce la resa dei conti, per colpa di yibris senza ritegno, con la natura violata e manipolata. Lentamente, all’ateismo perfetto in apparenza dominante, ne subentra uno incertissimo e dubitante, e nel tramontante Occidente cresce la luce, cui approdava già Tristes tropiques, dell’impassibile sorriso di Buddha. […] In un bellissimo articolo sul “Corriere della Sera”, che ho conservato tra le pagine dell’edizione Plon, Elémire Zolla celebrava gli ottant’anni di Claude Lévi-Strauss, come fibbiandone vita e opera. Vent’anni da allora, e dovevano seguire altri quattro volumi (fino al 1995) di cui due sono compresi nell’edizione Pléiade: Histoire de Lynx – sul mito dei gemelli amerindiani Lince e Coyote – e Regarder, écouter, lire, dedicato all’Occidente, stavolta, della musica, della poesia e della pittura, libro che ha il senso di un ritorno a casa definitivo[…]. Mi piace vedere Lévi-Strauss come un raddrizzatore della stortura (originaria e «da un certo tempo») di civiltà: la nostra, la civiltà pervenuta in pochi secoli a un controllo storcente di tutta la realtà visibile, la civiltà della guerra totale del Mondo contro ogni mondo possibile. E che il raddrizzamento non sia potuto avvenire (in linguaggio biblico, Qohélet: «Chi può raddrizzare quel che Dio ha fatto storto?») non diminuisce la grandezza di chi si è buttato, solitario, seguito da pochi, lanterna rossa di pozzo invaso dal grisou senza che pervengano a un esito i soccorsi, nell’impresa impossibile, fino ad abbandonarla per ascoltare un po’ di altra musica e ritornare a Itaca tra le scritture, scrittore armato del potere – scarsissimo, ormai – della parola scritta.

Guido Ceronetti, Cento anni di solitudineultima modifica: 2008-10-30T19:01:00+01:00da mangano1
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