Natalie Castaldi, Su Edward Munch

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Riflessione n. 35 – Partendo dall’arte – Lo sguardo e l’impossibilità di vivere – Munch
“Siamo obbligati, poiché al mondo ci sono sempre più di due persone, a chiedere chi è l’altro: se ci fossero solo due persone al mondo, non ci sarebbe bisogno di tribunali, perché io sarei sempre responsabile per e davanti all’altro. Ma non appena le persone diventano tre, la relazione etica con l’altro diventa politica …

(Intervista a Lévinas in Lo spirito europeo)

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“In quest’epoca predomina, tra uomo e uomo, uno sguardo analitico, riduttivo e deviante. E’ analitico, o piuttosto pseudo analitico, perché tratta l’intero essere corporeo-spirituale come composito, e quindi scomponibile (…) Lo sguardo è riduttivo, perché vuole ridurre la molteplicità della persona, nutrita dalla microcosmica ricchezza del possibile, a strutture schematicamente dominabili dallo sguardo, ovunque ripetibili. Ed è deviante, perché presume di poter comprendere l’essere divenuto di un uomo, persino il suo divenire, in formule genetiche ed addirittura di poter rappresentare con un concetto generale il principio centrale dinamico individuale di questo divenire. Oggi non si tende solo a un semplice “disincanto” tra uomo e uomo – cosa che si potrebbe benissimo accettare – ma anche ad una radicale soppressione del mistero.

(M. Buber, Elementi dell’interumano)
Edward Munch dà materializzazione pittorica al sentimento intimo della solitudine e dell’angoscia che naturalmente ne consegue. Sempre in lotta con il labile sistema nervoso, cavalca gli anni della propria follia attraverso le manifestazioni pittoriche delle più intime angosce: dal senso della perdita/abbandono, al lutto, alla solitudine, alla malattia.

Per ben comprendere il senso delle tinte e della cancellazione dei lineamenti sui volti oblunghi dei suoi “attori”, bisogna tornare indietro nel tempo, all’infanzia che lo rese spettatore a soli 5 anni della morte per tubercolosi della madre. Momento che egli fisserà su tela nel dipinto “morte della madre”. Poco dopo sarà la perdita, sempre per tubercolosi, della sorella ad acuire ancor di più l’angoscioso senso del vivere nel lutto, nell’incertezza dei legami, che vanno a spezzarsi senza possibilità di rimedio per un volere che non è determinabile, controllabile, ma che schiaccia, fa soccombere, affoga in “urlo”.

Un urlo che non libera ma, al contrario, strangola nella morsa della paura infantile, che trasfigura in cupa ossessione rosso sangue avvolgendo il cielo d’un tramonto norvegese sino allo sgomento.

Questa paura malata della malattia permea ogni suo sentire, anche l’amore ne è infettato uscendone trasfigurato nel volto, nella passione. Sulla perdita e fusione dello sguardo degli amanti incombe il terrore del lutto che stravolge nella memoria i lineamenti mantenendo vivi solo i colori bui del tormento.

La passione è impulso per la carne, come nell’avvolgimento scomposto dei corpi che si uniscono in un “bacio” privo di dettagli espressivi, di lineamenti, di vita; quasi una fusione in-fusione di due esseri che si donano l’un l’altro in istinto privo di materia e desiderio profondo di appartenenza su cui aleggia un senso di opprimente malinconia a sottolinearne l’impossibilità reale.

Il dolore dell’animo è il perno su cui ruota la produzione artistica di Munch che sviscera la tematica dell’impossibilità del vivere, poi ampiamente ripresa ed approfondita dall’espressionismo tedesco.

Non a caso, i dipinti citati – l’urlo, il bacio, occhi negli occhi – sono solo tre della serie da lui chiamata “Fregio della vita”, che Munch esporrà per la prima volta a Berlino nel 1882; tuttavia, le tinte oscure ed il senso d’angoscia trasmesso dalle tele, scatenarono il disappunto della società berlinese e la mostra venne soppressa.

Nel 1908, dopo anni trascorsi tra Parigi e Berlino, lo stato psichico dell’artista peggiorò e dovette ricorrere ad un ricovero di otto mesi presso una clinica psichiatrica a Copenaghen. Quel periodo portò Munch ad un’inattesa ripresa psicofisica che se non fu mai totale guarigione e serenità, gli consentì se non altro, di tornare alla sua produzione artistica con nuovo entusiasmo e rinnovate tinte espressive.

Munch rifiutava l’arte come mero piacere estetico, per lui la pittura “… è in realtà un esame di coscienza e un tentativo di comprendere i miei rapporti con l’esistenza. E’ dunque una forma d’egoismo, ma spero sempre di riuscire, grazie ad essa, ad aiutare gli altri a vedere chiaro”.

È chiaro quindi che Munch conferisse all’artista un compito morale: svelare partendo dal proprio intimo sentire, il malessere dell’uomo in generale, rifiutandosi dunque di partorire “piccole tele con la cornice dorata destinate a ornare le pareti delle case borghesi”.

[Nel ’37, l’arte di Munch venne giudicata dal regime nazista “arte degenerata” e le sue opere furono rimosse dai musei tedeschi.]

n.c.

Natalie Castaldi, Su Edward Munchultima modifica: 2009-01-31T20:03:00+01:00da mangano1
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