Alain de Benoist, Davvero non c’è più morale?

ordine morale
di Alain de Benoist – 02/03/2009
alain.jpg
Fonte: Opifice

Tanti spiriti tristi si lamentano oggi che non ci sia più «morale». Curiosa antifona. Non c’è più morale? Ma se vi siamo immersi più che mai! La morale esiste tutt’oggi. Semplicemente non è più la stessa.
È vero che molti dei nostri contemporanei si ritengono liberi da qualunque regola morale. Coloro che fanno loro la “lezione” si difendono essi stessi premettendo di non voler fare «la morale». Esprimono precauzionalmente il concetto secondo cui i loro giudizi non sono ispirati da una qualsivoglia “morale”. Al termine “morale”, che porta con sé connotazioni religiose spesso ritenute antiquate, si preferisce utilizzare il termine “etico”, che sembra meglio adattarsi ad una società laica, benché l’origine etimologica dei due termini sia la medesima (mores e ethos) e, ad esser precisi, l’etica non possa che avere una portata individuale.
Non vi è dubbio dunque che la morale tradizionale si è persa. Ma un’altra oggi la rimpiazza. La vecchia morale prescriveva delle regole individuali di comportamento: la società sarebbe stata migliore se gli individui che la componevano si fossero comportati meglio. La nuova morale vuole “moralizzare” la società stessa, senza imporre regole agli individui. La vecchia morale diceva alla gente cosa dovesse fare, la nuova morale descrive ciò che la società deve divenire. Non sono più gli individui a doversi rapportare alla retta via, ma la società che deve essere resa più “giusta”. Quello che la vecchia morale riconosceva come bene, la nuova morale lo attribuisce al giusto. Il “bene” è connesso all’etica delle virtù, il “giusto” ad una concezione di “giustizia” essa stessa colorata di una fortissima tinta “morale”. Mentre pretendono di rimanere “neutre” nei confronti della scelta dei valori, le società moderne aderiscono a questa nuova morale. Esse sono nel contempo ultra-permissive ed iper-morali.
Il nucleo della questione è ciò che Max Weber ha definito come la logica del “dover-essere”. L’Antichità viveva nella comunione dell’Essere, la modernità nascente si è richiamata al “dover-essere”. In parole povere: il mondo deve divenire qualcos’altro da ciò che è stato fino ad ora. Deve essere trasformato per diventare più “giusto”. Deve essere ricostruito secondo un progetto derivato da una credenza antica o dalla ragione moderna. La giustizia e il diritto non definiscono più un rapporto di equità tra le persone, ma esprimono essi stessi un dover-essere. Tutto il “sociale” è stato nel contempo reinterpretato alla luce di questo “dover-essere”, che non tiene conto della natura delle cose e degli “esseri”.
Alla base del dover-essere vi è il rifiuto del mondo per come realmente è. Questo rifiuto, in un certo senso, è anche un “no” alla vita. «Mundus est immundus», diceva Sant’Agostino. Dunque bisogna trasformarlo, correggerlo, per soddisfare le esigenze divine dicono gli uni, per far spazio alla necessità storica pretendono gli altri. Questa volontà di ri-imbastire il mondo, o meglio ancora di “ripararlo” (tikkun), viene dalla Bibbia, che ci dice che il mondo è imperfetto, afflitto da “mal-d’essere”. Tutta l’ideologia del progresso, l’utopismo dei Lumi, ne rappresenta la versione profana: sotto spoglie secolarizzate (il benessere rimpiazza la salvezza, l’aldilà cede posto all’avvenire), è sempre ed ancora la stessa vecchia fede messianica di una storia in marcia inesorabile verso la sua fine (movimento che sboccia in una sua autosoppressione). Il progresso è il lento miglioramento del mondo, chiamato a camminare in modo unitario verso giorni migliori. . «Sostituite la credenza cristiana nella salvezza con la fede nel progresso – ha detto Pierre Legendre – ed otterrete il credo commerciale dell’Occidente planetario».
La religione cristiana si è da subito costituita come una «comunità universale reale» (Pierre Manent), la respublica christiana. I teorici dell’Illuminismo affermavano di appoggiarsi sulle loro proprie facoltà, senza osservare i precetti di Dio; affermavano inoltre di creare da sé la propria salvezza e costruire la società perfetta, o allo stesso modo, la società “definitiva”, “finale”. Ma l’idea stessa di un movimento della storia diretto in questa direzione è fornito loro da una religione che credevano di aver abolito, quando invece la medesima è stata trasformata inconsapevolmente, ed in tal modo è divenuta più attiva ed operante che mai. Come ha affermato John Gray dopo molti altri, a cominciare da Karl Löwith, i Lumi si limitano a riciclare la credenza secondo cui la storia è la ricetta della salvezza dell’umanità. Gray mostra che tale credenza si ritrova allo stesso modo nel comunismo staliniano come nel neoconservatorismo americano, che crede si possa giungere alla società perfetta «e dare libero sfogo alla magia del mercato»: «a dispetto delle sue pretese di razionalità scientifica, il neoliberalismo ha le sue radici in un’interpretazione teologica della storia, dotata di verso e fine predeterminati; sotto questo aspetto ma anche da diversi altri punti di vista, esso presenta una stretta somiglianza con il marxismo» (Black Mass. Apocalyptic Religion and the Death of Utopia, Allen Lane, Londra 2007).
Fondata sui diritti soggettivi che gli individui traggono dallo stato di natura, l’ideologia dei Diritti dell’Uomo, divenuta la religione dei nostri tempi, è innanzitutto una dottrina morale. La sua principale caratteristica – scrive Marcel Gauchet – è di «radicarsi in ciò che costituisce effettivamente la pietra miliare della legittimità e dell’illegittimita in seno al nostro mondo, al fine di trarre una chiave di lettura ed un programma per l’azione collettiva […] L’ideologia dei Diritti dell’Uomo decifra la realtà sociale alla luce di ciò che dovrebbe-essere […] Il solo inconveniente di questo imperialismo del dover-essere è che non approfondisce con la dovuta intelligenza le ragioni degli ostacoli che incontra sulla sua strada, quand’anche essi rispondano manifestamente a forti necessità, dal punto di vista del vivere-insieme. La sola cosa che afferma è che essi non dovrebbero esistere. Perché ricercare la loro ragion d’essere? La deviazione dalla norma è rigettata nelle tenebre come un male, la cui condanna in quanto “male” implica necessariamente la soppressione di ogni possibilità di comprensione. L’ideologia dei Diritti dell’Uomo si traduce, in altri termini, in un’invasione di moralismo, un moralismo tanto profondo da immobilizzare persino il motore intimo dell’affettività» («Dalla critica all’autocritica», in Le Débat, maggio-agosto 2008, p. 159).
Il nuovo ordine morale è quello che Philippe Muray chiama l’«impero del bene». Questo bene non è che un bene derivato dalla priorità del giusto, un bene «oggetto del desiderio giusto». Questo bene è oggi degenerato in un nuovo moralismo – una «moralina», avrebbe detto Nietzsche. Parallelamente, il male è disconosciuto come parte della natura dell’uomo, bensì riconosciuto, sotto la forma estrema di «male assoluto», come negazione radicale del bene dei Diritti dell’Uomo.
La destra ha spesso una visione fondamentalmente etica della politica, la sinistra una visione morale. Da un lato Excalibur, dall’altra le Beatitudini. Due universi di valori molto differenti, ma entrambi impolitici (inadatti alla comprensione di ciò che è realmente la politica). Oggi è la visione morale che domina. Ed è così che questa società, che molti giudicano povera di qualsiasi morale, può in realtà ritrovarsi portatrice di una morale di altro genere, di un moralismo onnipresente propagato dai suoi devoti, dai suoi missionari e dalle leghe di virtù. C’è bisogno di libertini.
[traduzione per opifice.it a cura di Simone Belfiori]

Alain de Benoist, Davvero non c’è più morale?ultima modifica: 2009-03-03T21:37:00+01:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento