Massimo Gramellini, La fabbrica del televoto

29/4/2009 da La stampa
barbara.jpg
La fabbrica del televoto
MASSIMO GRAMELLINI

Con l’avvicinarsi del 7 giugno comincio a temere come la peste (suina) il momento in cui entrerò in cabina elettorale, aprirò il lenzuolone di carta e mi troverò dinanzi all’atroce dilemma: se spedire in Europa una «letteronza» o una scienziata nata nel 1922, una concorrente del Grande Fratello la cui piattaforma politica colpevolmente mi sfugge oppure una femminista, speranza e sol dell’avvenir, che fra non molto compirà un secolo.

Mai come stavolta destra e sinistra hanno divaricato l’offerta, adattandola ai cliché che vogliono la prima superficiale ma scoppiettante e la seconda austera ma esangue. Comunque la pensiate, e la politica rimane un argomento in cui il tifo condiziona troppo i giudizi, le scelte estreme dei partiti – dalla Menapace alla Matera – rivelano che la democrazia sta diventando un’altra cosa.

Molto diversa da quella che abbiamo conosciuto finora. Salta anzitutto agli occhi lo svilimento della professione del parlamentare. Il rappresentante del popolo gode ancora di un ottimo stipendio e di un discreto status, ma ha perso qualsiasi autonomia, per non parlare dell’utilità pratica. Gli onorevoli sono degradati al ruolo di pigia-pulsanti, chiamati a ratificare decisioni prese altrove e costretti a far dipendere la propria sopravvivenza non dalla volontà del cittadino che li vota, ma da quella del capo-partito che li mette in lista. Sul deputato europeo, in particolare, grava una letteratura spietata che lo raffigura come un pensionato di lusso, spesso assenteista, il cui peso sulle sorti del continente è pari a quello esercitato dal socio di un circolo di golf.

Se Berlusconi e Di Pietro candidano se stessi, pur sapendo che in base alla legge dovranno rinunciare al seggio per il quale chiedono il voto. Se il Pdl sfida l’ira della moglie del Capo, esibendo candidate che non sembrano avere altri meriti che l’avvenenza (proprio adesso che tornano di moda le bruttine, poi). Se democratici e comunisti affidano i posti buoni delle loro liste a vecchi notabili e a santone ultra-ottuagenarie. Ecco, se avviene tutto questo, significa quanto meno che i leader disprezzano il lavoro parlamentare. Ma significa anche che i partiti si ritrovano senza ricambi e scontano i mancati investimenti nel vivaio. Scarseggiano i luoghi dove questo vivaio possa crescere e farsi notare. Espulsa la politica dai licei e dalle università – nelle quali è ridotta a lobby e hobby per minoranze – e tramontata in una pernacchia l’era della cosiddetta società civile, ci si rivolge agli unici mezzi ancora in grado di compiere una qualche forma di selezione: la tv e Internet. La destra attinge con coerenza tutta berlusconiana al mondo dei reality e delle fiction strappalacrime (fra le candidate potenziali si segnalano le attrici di «Incantesimo» e di «Elisa di Rivombrosa»). Una scelta che la leader morale dell’opposizione, Veronica Berlusconi, ha definito in modo assai poco allusivo «ciarpame senza pudore per divertire l’imperatore». Ma pure il Pd, che già ai tempi di Veltroni non era insensibile al fascino di certi personaggi televisivi, ha un giovane leader, il fiorentino Renzi, che è stato un concorrente della «Ruota della fortuna», ha candidato alle Europee un conduttore del Tg1 e ha scoperto la dialettica implacabile della trentanovenne Debora Serracchiani in un video di YouTube. Certo, era un video che riprendeva un suo intervento politico in una sede politica, ma senza i riflettori potentissimi della Rete sarebbe naufragato nella pappa informe dell’informazione.

Fin qui abbiamo esaminato la situazione delle aziende che «vendono» politica. Ma se passiamo ai consumatori, cioè a noi che la politica dovremmo «comprarla», recandoci con qualche consapevolezza alle urne, il quadro democratico tradizionale assume tonalità ancora più bigie. Ieri mattina ho intercettato in un caffè lo sfogo al telefonino di un giovane elettore: «Ma ci toccano di nuovo le elezioni? Che palle: l’altra settimana ho già votato X Factor, il Grande Fratello e un sondaggio del telegiornale». Per lui il tele-voto ha ampiamente sostituito la cabina elettorale come luogo della cittadinanza. E la scelta di un personaggio che ha imparato a conoscere in televisione giorno dopo giorno lo gratifica assai più che mandare gente misteriosa nel cuore dell’Europa a fare cose che ignora e comunque ritiene ininfluenti per la sua vita. «Almeno si potesse tele-votare», ha chiosato quel giovane al telefonino, ed è chiaro che ciò che a qualcuno di noi può ancora sembrare un incubo – Berlusconi e Franceschini che arringano la folla, indicando non più i propri programmi ma i propri codici: 01 e 02 – cominci a essere considerato da molti come un’evoluzione normale e da qualcuno addirittura come una forma più partecipata di democrazia. Questa è la vera posta in gioco. Quanto alla stucchevole disputa sulle onorevoli veline, ravvivata ieri sera dalle dichiarazioni incendiarie della signora Veronica, aveva già detto qualcosa di definitivo Giorgio Gaber nella sua Destra Sinistra: «Una donna emancipata è sinistra – riservata è un po’ più destra – ma un figone resta sempre un’attrazione – che va bene per sinistra e destra». E, tranne che in famiglia, il nostro premier punta all’unanimità.

Massimo Gramellini, La fabbrica del televotoultima modifica: 2009-04-29T19:16:00+02:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento