Reds, CIAO ISO

DA associazione reds

25 APRILE: O BELLI …CIAO

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Prima di ascoltare celebrazioni, ormai di maniera, sul 25 aprile, anniversario unico ed immancabile di una memoria antifascista che oggi deve essere più che mai viva,  il ricordo immemore va ad un Uomo, Partigiano e Politico che ha contribuito a fare l’Italia.

E’ il quinto anno che Aldo Aniasi “Iso” non commemora la Festa del 25 aprile dal palco di Milano nella veste di Presidente della Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane. Uno dei tanti che hanno fatta la resistenza sulle montagne, lui era nell’Ossola, e che se ne è andato. Voglio ricordarlo per l’affetto indelebile che mi ha legato a questa Figura di Amministratore e Politico di straordinaria umanità, signorilità e competenza.

Ciao Iso.

due righe scritte per Te dopo la Tua scomparsa
Il Tuo discorso nei 30 anni dal 25 aprile 1945.
ISO NON C’E’ PIU’

E’ scomparso il 27 agosto (2005), dopo breve ma sembra sofferta malattia, Aldo Aniasi, Iso, dall’appellativo assunto da partigiano nelle Brigate Garibaldi della Val d’Ossola, appellativo che derivava dal semplice anagramma del suo nome. Consigliere comunale, assessore nelle giunte di Milano degli anni Cinquanta, fu poi Sindaco dal 1967 al 1976. Quell’anno fu eletto alla Camera, per il PSI, nel Collegio Milano-Pavia con un plebiscito di voti. Ministro della Sanità dal 1981 all’83, poi riconfermato alle Regioni, Vicepresidente della Camera dal 1983 al 1994, fu deputato di Milano per ben 5 legislature ininterrotte fino al 1994. Sarebbe riduttivo ricordarlo solo come uomo politico, Iso fu molto di più. Fu sostanzialmente un grande Servitore della sua Città prima e dello Stato dopo. Aveva altissimo il senso delle Istituzioni e lo dimostrò nelle cinque legislature trascorse in Parlamento, apprezzato e stimato da tutti. Come Sindaco di Milano, fu Sindaco-simbolo. Fece il suo dovere di Amministratore attento a sviluppare le nuove potenzialità della città in pieno boom economico, la razionalizzazione dei piani di sviluppo, anche urbanistico, della città, fu, in breve, il sindaco delle masse popolari. Ma fu anche il Sindaco che dovette far fronte alla emergenza criminale, la cosiddetta “strategia della tensione” che iniziò con Piazza Fontana e sfociò nelle uccisioni di agenti, compagni ed anche esponenti dell’estrema destra. Tenne bene la barra del percorso democratico della città che non dimenticò mai i suo acume amministrativo e la sua lungimiranza. Da Sindaco e poi da Ministro della Sanità intuì le difficoltà di rendere attuativa la Riforma Mariotti per una efficiente sanità pubblica ed il ruolo del sovvertimento ambientale nel degrado urbano e, con il mio modestissimo contributo, prese provvedimenti legislativi atti a tutelare il lavoratore a rischio esposto agli inquinanti. Una lungimiranza politica che oggi meriterebbe di essere rivisitata. A ben guardare non fu uomo di partito più di quanto non sia stato uomo del “suo” popolo milanese, non solo popolo di sinistra ma di tutti. Di Iso mancherà il suo buon senso in politica, l’attenta osservazione dell’amministrazione, la vera applicazione, nei fatti, del “Buon Governo”, e, nei rapporti personali, la intelligente considerazione delle istanze altrui, ascoltava sempre prima di dire la sua. A noi compagni che abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo e stargli vicino, mancherà il sorriso sempre dispiegato ed il consiglio che non è mai mancato. Addio Iso con tanto tanto affetto

NEL TRENTENNALE DELLA RESISTENZA 1945-1975

Il fascismo, il nazismo erano la violenza al servizio degli oppressori e degli sfruttatori, erano il mezzo cui ricorreva chi non voleva cedere propri privilegi, chi si illudeva di poter proseguire in uno sfruttamento dell’uomo sull’uomo, nella rapina imperialistica. Contro chi predicava la razza eletta, contro chi teorizzava l’oppressione, l’espansionismo come metodo di governo, contro chi sognava gli imperi come mezzo di potere e contro chi combatteva per togliere la libertà al popolo spagnolo, gli antifascisti seppero indicare la fratellanza, la solidarietà umana, la libertà, la giustizia, come valori universali, come motivi di unità e di riscatto dalla schiavitù politica e morale. E su queste basi che è sorta la Resistenza, è su queste basi che si è creata per la prima volta nella storia una reale unità di popolo alla quale hanno dato il loro contributo spontaneo militari, cittadini, uomini, donne, ragazzi, religiosi, persone di ogni condizione e di ogni età, per raggiungere e difendere la libertà, il progresso e la giustizia sociale. Gli eroici scioperi del marzo ’43 quando gli operai nelle fabbriche seppero sfidare la feroce repressione fascista e gli scioperi del ’44 quando sfidarono le SS nonostante i pericoli della deportazione nei lager nazisti dai quali a migliaia non più tornarono; la resistenza dei militari dopo l’armistizio, le azioni dei partigiani nelle montagne e nelle campagne, l’attività in città dei GAP e dei SAP, sono tutti momenti di lotta riconducibili a una matrice comune. Gli italiani non avevano dimenticato cosa era la libertà, avevano ideali comuni e spontaneamente si schierarono con l’azione dei Comitati di Liberazione Nazionale riconoscendone l’autorità morale e politica, la guida sicura alla lotta per la democrazia. Nel trentennale della Liberazione ricordiamo le unità militari che risposero ai nazisti subito dopo l’8 settembre 1943, gli scontri, gli atti eroici, le fucilazioni di massa, i 9000 morti della Divisione Acqui a Cefalonia e a Corfù, delle Divisioni Regina e Cuneo nell’Egeo, delle Divisioni Granatieri e Piave nella difesa di Roma. Ricordiamo l’eroismo di tanti carabinieri come la medaglia d’oro Salvo D’Acquisto unitamente alle vittime dei nazi-fascisti, insieme ai 50.000 partigiani caduti, ai 45.000 morti del Corpo Italiano di Liberazione Nazionale appartenenti alle Divisioni Legnano, Friuli, Mantova, Cremona, Folgore e Picena, alle decine e decine di migliaia di morti nei campi di concentramento a Buchenwald, a Dachau, ad Auschwitz, a Mauthausen e negli altri numerosi lager ove si esercitò la criminale inumana bestialità nazista. Ricordiamo i fucilati a Fossoli ed alle Ardeatine, gli impiccati, i massacrati in centinaia di piazze d’Italia, la strage di Marzabotto e di tanti altri paesi italiani, i torturati, i 70.000 deportati. Questo è il tragico bilancio della lotta condotta da tutto il popolo per riaffermare il proprio diritto alla libertà, all’autogoverno, alla democrazia, per riconquistare il rispetto del mondo intero, per avviarsi su una strada di progresso e di giustizia. Trent’anni fa ci siamo uniti agli altri popoli liberi per una comunità umana pacifica e solidale. La Resistenza italiana si è saldata a quella europea per combattere il fascismo e il nazismo che sono un fenomeno internazionale, un pericolo permanente ogni volta che l’egoismo, la cupidigia, i privilegi vogliono impedire il progresso di un popolo. La Resistenza italiana, fatto unitario al quale hanno partecipato uomini di diverso convincimento, ha dunque saputo superare ogni particolarismo per divenire un momento di profonda solidarietà umana.

Solidarietà con tutti gli uomini che combattono per la propria libertà contro le discriminazioni, le oppressioni, il razzismo, l’imperialismo, contro tutto ciò che impedisce la libera convivenza umana. L’Europa negli anni tragici del nazifascismo fu la cavia sulla quale si tentò di sperimentare un disegno di oppressione, di dominio dell’uomo sull’uomo. Ma l’Europa, e con gli europei gli italiani, seppe dimostrare col sacrifico dei propri figli che nulla è più forte dell’aspirazione degli uomini alla giustizia e alla libertà. Il nostro Paese seppe unirsi contro il nazifascismo e seppe trovare l’unità con tutti i popoli che combattevano il disegno mostruoso. Trovammo accanto a noi combattenti per gli stessi ideali gli alleati sovietici, gli americani, gli inglesi, i francesi, gli iugoslavi, i resistenti di tutta Europa. Così il 25 aprile fu un momento liberatore e di speranza per noi, ma anche per tutti gli altri popoli impegnati nella lotta al nazifascismo. Abbiamo imparato che la pace e la libertà sono beni indivisibili: ogni oppressione, ogni forma di schiavitù sono un insulto a tutto il genere umano. Ogni volta che un popolo ritrova la libertà, tutti siamo più liberi; l’umanità intera ha motivo di gioire. Ricordo le speranze di quel periodo: certo non si sono tutte realizzate. Ricordo la commozione dei milanesi che si strinsero festanti dopo il 25 aprile intorno ad Antonio Greppi, Sindaco della Liberazione e a Luigi Meda, Presidente del Comitato di Liberazione milanese. Ricordo la speranza che con il fascismo liquidato per sempre fosse scomparsa ogni forma di ingiustizia, di violenza, di sopraffazione. Speranze che si sono spesso scontrate con una dura realtà, con la constatazione che il nostro sistema sociale progredisce troppo poco e troppo lentamente. Lo spirito libertario di allora fatica ancora ad affermarsi nella società civile, nei luoghi di lavoro, nelle città. Il patto unitario ha legato gli uomini della Resistenza e ha reso possibile la Repubblica e la Costituzione che è il documento nel quale è racchiuso il programma popolare e riformatore frutto di quegli anni di lotta. Ma ancora oggi quel programma non è pienamente attuato. La nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro non riesce a dare vita allo slancio sociale che fu della Resistenza e che si scontra ogni giorno con le vecchie strutture accentrate e burocratiche dello Stato, di quello Stato che ha consentito l’esperienza fascista. La pari dignità sociale per tutti i cittadini, il diritto allo studio, la tutela della salute sono ancora oggi dei programmi incompiuti per i quali è necessaria una più profonda azione riformatrice che deve essere capace di rompere gli schemi e le barriere che ancora ostacolano il progresso del Paese, ed il raggiungimento di una maggiore giustizia sociale. In questi 30 anni molto è stato fatto, ma troppo rimane da fare. La nostra generazione, la generazione dell’antifascismo e della Resistenza, ha assolto ad una funzione storica fondamentale, ha saputo testimoniare il valore insopprimibile della democrazia e della libertà, e in nome di questi principi ha battuto il fascismo di allora ed ha impedito che si realizzassero altri tentativi autoritari, che prendessero corpo altri disegni eversivi. Siamo però consapevoli che la strenua difesa dei valori della Resistenza, la profonda coscienza comune a tutto il popolo del significato, dell’importanza della battaglia compiuta, non sono sufficienti se ad esse non si accompagna una modifica profonda delle strutture economiche e sociali del Paese che ancora oggi chiede giustizia, chiede democrazia sostanziale. Gli attentati, le bombe, le stragi, le provocazioni squadristiche di questi anni, di questi giorni, non sono solo l’opera di qualche nostalgico o di qualche folle che crede sia possibile il ritorno ad un passato definitivamente liquidato e sconfitto. Sono il segno che forte è la reazione per il timore che lo Stato si rinnovi, che vi sia un’evoluzione in senso progressista dei rapporti economici e sociali. Contro i tentativi di eversione occorre ritrovare la tensione morale degli anni della Resistenza. Dobbiamo operare per realizzare il programma sociale, nato in quegli anni, rinnovare il patto di identità fra il popolo e lo Stato. Dobbiamo renderci conto che invece in un clima di scoraggiamento, di sfiducia, di incapacità ad operare un deciso progresso sociale, potrebbero trovare spazio le manovre reazionarie e provocatrici, le speranze fasciste: è da questi pericoli che la Repubblica deve difendersi. Combattendo le ingiustizie, i privilegi, riconoscendo pari dignità e pari diritti a tutti i cittadini, si crea la collettività di uomini liberi, si combatte il fascismo di ieri e di oggi. Il fascismo è violenza e ingiustizia: non lo si affronta con la violenza e le aggressioni. Il fascismo è stato vinto 30 anni fa e non può risorgere nella Repubblica democratica, ma deve essere contrastato con un impegno di tutto il popolo. Contro il rinascere del fascismo sono garanzia la maturità delle giovani generazioni, l’impegno e l’unità del mondo del lavoro, la saldezza e la presenza delle forze armate a presidio delle istituzioni democratiche. La tragica esperienza del 1922 non potrebbe oggi ripetersi perché vi è ben altra coscienza popolare, ben altra forza, ben altra volontà di opposizione. Questo è un dato fermo e rassicurante anche se ciò, se l’impegno sinceramente antifascista delle forze democratiche non può farci dimenticare che quanto è stato fatto non basta, che la Resistenza sarà incompiuta finché non avremo un Paese più giusto, finché non avremo vinto le sacche di povertà e di arretratezza che ancora esistono, finché non avremo rinnovato le strutture dello Stato e abolita la legislazione autoritaria e fascista che ancora sopravvive, fino a che non vi saranno lavoro, scuole, ospedali per tutti gli italiani. Perché queste cose, con la pace e l’indipendenza, sono il contenuto della libertà e della democrazia, sono i programmi per i quali sono morti ed hanno combattuto gli uomini della Resistenza. E queste cose sappiamo bene che non si ottengono facilmente: occorre battersi, occorre conquistarle con l’impegno di ogni giorno come hanno fatto i partigiani sulle montagne, quelli che si sono battuti in città, nelle fabbriche, i militari che hanno partecipato alla lotta di liberazione: un impegno civile che deve continuare con il contributo delle giovani generazioni, con il loro impegno politico, che è la continuazione delle nostre battaglie di allora. La lotta contro il fascismo nazionale e internazionale che è ingiustizia, che è oppressione, deve essere la lotta senza sosta e senza tentennamenti perché è la lotta per la pace e per l’umanità. La Resistenza non è un pezzo da museo, non deve essere mummificata, appartiene alla nostra vita, è continuata in questi anni, deve essere un elemento dell’impegno civile di ogni giorno.ALDO ANIASI 25 APRILE 1975

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Reds, CIAO ISOultima modifica: 2010-04-24T19:17:12+02:00da mangano1
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