Mario B.Guardi, Il 68 di Baudelaire fu un 48

da IL FONDO

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7th feb 2011

Mario Bernardi Guardi

Il ’68 di Baudelaire fu un ’48, il suo Maggio un febbraio.

1848: moti liberali, patriottici, e variamente  rosso-cromati in molte parti d’Europa. Nel tumultuoso febbraio, la rivoluzione a Parigi, l’abdicazione di Luigi Filippo e la proclamazione della II Repubblica. Tremano conservatori e moderati di fronte alla minaccia sovversiva, finché, nel novembre, Luigi Napoleone Bonaparte spenge gli ultimi focolai della rivolta. Nel 1851 viene sciolto il Parlamento, nel 1852 il “salvatore della patria”, con un plebiscito, si fa proclamare imperatore. Un altro Napoleone per la Francia: il terzo. Un altro Impero: il Secondo.

E Baudelaire? E’ un giovane intellettuale che si è fatto la sua bella esperienza barricadera e porta già sul capo la fosca aureola del maledetto. E naturalmente, come ogni “maledetto” che si rispetti, viene da un’ottima famiglia. Il padre, un alto funzionario amministrativo, muore quando Charles ha sei anni. La madre, molto più giovane del defunto consorte, si risposa con il tenente colonnello Jacques Aupick. Seguono, per Charles, amari anni di collegio: frustrazioni, insofferenze, malinconie e furori. Con  un’espulsione finale che al ragazzo ribelle appare quasi un segno d’elezione

A vent’anni Charles, che si firma Baudelaire- Dufays, aggiungendo al suo cognome quello dell’amata madre (mentre per il patrigno, ora generale, prova un sentimento di cupa avversione), ha l’aria del perfetto dandy. Così lo ricorda l’amico fotografo Nadar:  «Nella mano guantata di rosa pallido- dico di ‘rosa’- portava il suo cappello, superfluo per la sovrabbondanza di una capigliatura a boccoli nerissima che gli ricadeva sulle spalle». Proprio come appare nel ritratto di Emile Deroy, opportunamente scelto ad effigiare la copertina di un’intensa, partecipe biografia ( Giuseppe Montesano, Il ribelle in guanti rosa, Mondadori, 2007, pp.441,  euro 19).

Ma ben presto della chioma fluente e della barba fine non rimane nulla: Baudelaire si presenta con i capelli rasati  e con un paio di baffetti “leggeri e setosi”, destinati anch’essi a scomparire. Maxime Du Camp  osserva l’irrequieto amico: ha labbra  “molto sottili” e “poco sorridenti”, la voce  “posata” di un uomo “che cerca le sue espressioni e si compiace alle sue parole”, la testa simile a quella di “un giovane diavolo che si sia fatto eremita”.

A dire il vero, l’ ”eremo” di Baudelaire è costruito sullo sprezzo aristocratico. «Non sono fatto come gli altri uomini», scrive alla madre.

Scandaloso Baudelaire! Bohémien di lusso e cercatore di femmine fòlli fuori dalla cerchia borghese, si lega prima a  Sarah, una giovanissima prostituta ebrea del Quartiere Latino e poi si  innamora di Jeanne Duval, una mulatta che si esibisce al teatro della Porte-Saint-Antoine. Non basta: entrato in possesso dell’eredità paterna, un bel gruzzolo di 75.000 franchi oro, comincia a spendere e spandere. Vita lussuosa e voluttuosa. La genialità sregolata delle prime poesie  che, nel 1857, saranno accolte nei Fiori del male. La lettura dell’opera del “mangiatore d’oppio”  Thomas De Quincey, l’assidua frequentazione del Club del Hascinchins, il volo verso i “paradisi artificiali” dove l’artista si libera dalle pastoie del conformismo borghese e dal tedio esistenziale  e metafisico dello “spleen”. Entrando in contatto con l’Ignoto, con la benedizione di empi eroi pagani, di  Lucifero e di composite schiere di angeli ribelli.

Scatta la reazione dei congiunti ben pensanti, in particolare del detestato patrigno: urge un tutore per lo stravagante scialacquatore che ha già dimezzato il proprio patrimonio. Baudelaire scalpita, vuol morire, chiede dell’acido prussico all’amico Louis Ménard, studente di chimica affascinato, come lui, dalle miscele mistico-rivoltose.  E forse un tentato suicidio c’è davvero: sparsi colpi di coltello che il ribelle si infligge senza molta convinzione.

Poi,  a farlo uscire dalla crisi, sopraggiungono Arte e Poesia, provvidi medicamenti per gli animi nobili afflitti dalla volgarità di uomini e tempi: ed ecco Baudelaire stilare acutissime note critiche su Eugène Delacroix, eletto a “pittore ideale”, e  su Edgar Allan Poe, vero e proprio sodale in ispirito svelato dalla  poesia-manifesto “Il Corvo”.

Ma l’accurata esplorazione di Montesano, già interprete e decrittatore sontuoso dei Fiori del male nel Meridiano Baudelaire, non si esaurisce nella ricostruzione biografica, ma cerca il proprio punto di forza “ideologico” nell’immagine dell’ “uomo in rivolta”. Quello che, per l’appunto, sale sulle barricate in preda ad una ebbrezza di Assoluto che coniuga Poesia, Rivoluzione e Redenzione. Lo scenario della Parigi quarantottesca è suggestivamente caotico:  ad appiccare gli incendi c’è una variopinta fauna di “preti” gnostici, seminatori di discordie in attesa dell’universal concordia, comunisti cristiani, settari di ogni sorta, battitori liberi dell’Apocalisse, nichilisti tentati dagli abissi, post-illuminati e post-illuministi, teorici dell’illimitato sogno-bisogno.

I nomi dei Venerabili Maestri, in carne o in spirito? Swedenborg, Claude de Saint Martin, Eliphas Levi, Blanqui, Proudhon… Passioni, allucinazioni. In voglia caso, voglia “d’altro”, gridata da mille proclami. E tanti scrittori, poeti, filosofi “militanti” che vanno all’assalto dei rispettabilissimi cieli borghesi, positivisti, liberali, democratici, progressisti. Già, perché questi ribelli perpetui che saranno travolti dalla ottusa dittatura del Secondo Impero, dalle sue censure, dalle sue repressioni e si rifugeranno (Baudelaire in prima fila) nelle torri d’avorio dell’ “Ennui” e dell’”Art pour l’Art”, sono paradossalmente (?) degli aristocratici anti-moderni. O meglio, già anticipano quella rivoluzione/reazione, tessuta di “originalità”, nel duplice senso di slancio innovativo  e di appello mitico-simbolico all’ “origine”, che, settant’anni dopo, rappresenterà il detonatore politico e culturale dei movimenti fascisti.

Ma forse sbagliamo a dire settant’anni dopo. Perché già nel 1911, e proprio in Francia, sindacalisti rivoluzionari e monarchici maurassiani si mettono insieme per creare i “Cercle Proudhon”, intitolati all’anarco-socialista venerato da Baudelaire. Il quale, non contraddittoriamente ma con compiuta cognizione di causa, era anche un convinto ammiratore di de Maistre. E allora non ha senso che Alessandro Piperno, anche lui autore di un saggio baudelairiano non solo documentato, ma ricco di intuizioni e stimoli (Il demone reazionario. Sulle tracce del Baudelaire di Sartre, 2007, Gaffi), contrapponga, in linea con la lettura di Jean-Paul Sartre, il suo Dandy, pieno di idee confuse ma in qualche modo conformi alle “ragioni” della Reazione, al Ribelle disegnato da Montesano, in linea con gli studi di Walter Benjamin (Cfr. “Se Baudelaire fu precursore di Céline”, Corriere della Sera,27 settembre, 2007). E cioè un estetizzante sovversivo le cui  contraddittorie aspirazioni si muovono, comunque, nel segno  della Rivoluzione (riproposta,dopo la sconfitta politica, sulle “barricate” della Poesia, con quei “Fiori”, dal profumo così malsano ma così inebriante,che scandalizzano lettori e critici borghesi).

Montesano e Piperno non si accorgono che parlano dello “stesso” Baudelaire? Ovvero di un provocatore che già sparge quei semi di “trasversalità”, che daranno i più pazzi frutti nel lunghissimo, irrisolto “secolo breve”, dalle avanguardie ai fascismi, costeggiando- e diciamolo!- il “vissuto” di tanti “fasci” del dopoguerra?

Molto più all’altezza del Mirabile Charles, di quanto non siano i timidi e reticenti Montesano e Piperno, Roberto Calasso disegna in La Folie Baudelaire (Adelphi, 2008) una mappa dello spirito baudelairiano in cui la cerca della Bellezza è, per usare un aggettivo caro a Cristina Campo, talmente “imperdonabile” che sa, al tempo stesso, collocarsi nel tempo- Baudelaire è un critico d’arte finissimo, che, “con stupefacente acutezza”, scrive di Ingres e di Delacroix, e  attraverso cui “si svelano” pittori come Degas e Manet- e bruciarlo, anzi bruciare tutti i ponti con tutti i tempi.

Per chiudersi nello spazio eletto, “il chiosco bizzarro, assai ornato, assai tormentato, civettuolo e misterioso”, che battezzò, appunto, la Folie Baudelaire, traendo dall’estroso e stravagante Settecento, quel termine, “Folie”, che veniva dato a certi padiglioni dedicati all’ozio ed al piacere. Ovviamente quelli alti, vorticosi, sublimi, in cui il “commercio” con l’anima e con la carne anticipa l’eccezione e il “dérèglement” di cui sarà campione il “Voyant” Rimbaud.

In ogni caso, Baudelaire non può non “tornare” in questi nostri tempi da miseria afflitti e in cui mancano angeli e dèmoni “comm’il faut”. Ragion per cui chi non avesse in biblioteca l’opera di Charles, magari comprata con i pochi soldi “studenteschi” nella mitica BUR (ovviamente testo francese a fronte e commento di Giovanni Macchia, vale a dire uno dei principali “francesisti” del secolo scorso), si lasci illuminare dalla luce abbagliante e fosca dei “Fiori” che tornano a sprigionare tutti i loro aromi in un “Diamante” della Salerno (I fiori del male, a cura di Davide Rondoni, postfazione di Andreina Sirena, pp. 520, euro 22) e in un “Mammut” della Newton Compton (Tutte le poesie e i capolavori in prosa, a cura di Massimo Colesanti, pp. 935, euro 14).

Aromi eccessivi, amici, di quelli che  inebriano e a un tempo estenuano: viaggi nel di più dell’”oltre”- e una volta tanto senza l’enfasi che si accompagna a questo straripetuto avverbio sostantivato- , col presente che sbuca dappertutto e con ogni possibile devastante volto, e ti immergi negli assoluti che dovunque tessono amabili insidie, richiamandoti ad ancestrali doveri verso te stesso e quel Dio che attende solo la tua franca stretta di mano.

Mario B.Guardi, Il 68 di Baudelaire fu un 48ultima modifica: 2011-02-10T18:11:17+01:00da mangano1
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