Paolo Mieli,Spartaco fu un guerriero

Spartaco fu un guerriero (non un rivoluzionario)
di Paolo Mieli – 08/02/2011
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Fonte: Corriere della Sera

In principio fu una lettera (il 27 febbraio del 1861) di Karl Marx a Friedrich Engels. È in questo testo che si trovano le prime tracce dell’interpretazione della rivolta spartachista come un’anticipazione, nell’antichità, della lotta di classe. Interpretazione che sarebbe stata ripresa prima da Lenin, poi da Stalin. Per caratterizzare successivamente il libro di Elena Mikhailovna Staerman e Mariana Kazimirovna Trofimova La schiavitù nell’Italia imperiale (Editori Riuniti). E influenzare, in maggiore o minor misura, numerosi altri studi: La tradizione della guerra di Spartaco da Sallustio a Orosio di Giulia Stampacchia (Giardini, Pisa), Schiavitù antica e ideologie moderne di Moses Finley (Laterza), Spartaco: analisi di un mito di Antonio Guarino (Liguori), Spartaco. La ribellione degli schiavi a cura di Mario Dogliani (Baldini&Castoldi). Nonché Spartaco, il famosissimo film di Stanley Kubrick, tratto dal romanzo di Howard Fast, sceneggiato da Dalton Trumbo. Sulla scia della lettura di Marx, si dissero spartachisti nel 1918 in Germania i seguaci di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht e, dopo di loro, molti altri gruppi comunisti. Dopodiché nella Russia sovietica e nei Paesi socialisti svariate associazioni sportive hanno preso il nome di Spartaco. Ma adesso viene pubblicato da Einaudi un volume di Aldo Schiavone, Spartaco. Le armi e l’uomo, che— sulla base di un accurato riesame dei testi antichi dedicati alla vicenda, da Plutarco ad Appiano, da Sallustio a Tito Livio — smonta gran parte dei capisaldi della lettura marxista in merito a quella lontana rivolta degli schiavi. A cominciare dai caratteri di quella ribellione che, tra il 73 e il 71 a. C., fece tremare Roma. Racconta Barry Strauss nel recente La guerra di Spartaco (Laterza) che in quel momento storico gli schiavi presenti sul territorio «romano» dovevano essere un milione e mezzo— forse due, o addirittura tre— e, tra loro, quelli che si ribellarono furono ben 60 mila. Forse più. Per comprendere il perché del terrore che quelle migliaia di uomini generarono nella Roma antica, basta riflettere sulla circostanza che quando, diciannove secoli dopo, nel 1831, si ebbe in Virginia la celebre rivolta di schiavi guidata da Nat Turner, negli Stati Uniti c’erano quattro milioni di schiavi. In quell’occasione se ne mobilitarono soltanto duecento e tanto bastò a provocare angoscia nell’intero Paese. Fatte le proporzioni, figuriamoci cosa avrebbe provocato in America nell’Ottocento l’insurrezione di 150 mila neri. In ogni caso, quella di Spartaco non fu la prima rivolta servile nei due secoli che precedettero la nascita di Cristo. Ce ne furono due in Sicilia: una tra il 135 e il 132, l’altra tra il 104 e il 100. All’epoca della prima sommossa siciliana, nel periodo che va dal 132 al 129, si creò una coalizione antiromana in Asia Minore a cui aderirono molti schiavi. E nella stessa Capua, da cui avrebbe preso le mosse Spartaco, si ebbero intorno al 104 due momenti di insubordinazione servile, l’ultimo dei quali si concluse con un suicidio in massa dei ribelli. Va poi detto che nel 73, quando si accese l’incendio spartachista, Roma era impegnata con il grosso delle truppe a contrastare le rivolte di Mitridate in Asia Minore e di Sertorio in Spagna. Ciò che spiega la sensazione di insicurezza che, dopo le prime sconfitte, si diffuse nella città. I ribelli poi si presentavano come uomini pronti a tutto. Racconta Barry Strauss che all’epoca l’aspettativa di vita di un gladiatore era breve. E cita, a riprova, i dati provenienti da un cimitero di Efeso, in Turchia, dove sono stati riportati alla luce (e studiati) 120 scheletri di combattenti da circo. Quasi tutti erano morti prima dei 35 anni, la maggior parte prima dei 25 (Strauss ipotizza che molti furono uccisi al loro primo combattimento). «Tra un terzo e la metà dei defunti» scrive lo storico, «morì di ferite così violente da tagliare o frantumare le ossa e circa un terzo di quelle ferite erano colpi alla testa; gli altri scheletri non mostrano segni di danni ossei, ma la morte potrebbe essere avvenuta comunque in modo violento, per esempio per sbudellamento, per la recisione di un’arteria o per un’infezione di una ferita alla carne» . I gladiatori di Efeso, prosegue, vissero durante il periodo della Pax Romana nel II e III secolo D C. quando i giochi erano un monopolio di Stato. All’epoca di Spartaco, I secolo a. C. nella tarda Repubblica, i giochi erano un’impresa privata e «questo probabilmente rendeva le cose peggiori per i gladiatori» . Di solito gli organizzatori erano, secondo Strauss, «uomini ricchi in cerca di popolarità e, siccome la folla amava il sangue, probabilmente facevano a gara nel numero di gladiatori da sacrificare» . La ribellione capitanata da Spartaco inizia, dunque, a Capua nell’estate del 73 a. C. Quel centro campano era assai particolare: trent’anni prima, abbiamo visto, aveva già registrato l’accensione di due focolai di insubordinazione; nel 216 a. C., dopo la sconfitta delle legioni a Canne, Capua aveva abbandonato l’alleanza con Roma per passare dalla parte di Annibale. Città infida, dunque, ma che Roma aveva saputo riassorbire facendone un luogo di commercio e un importante punto di raccolta di schiavi, che lì venivano addestrati all’arte gladiatoria. Già in pieno II secolo, racconta Schiavone, i giochi che si concludevano con lo scannamento di numerosi schiavi erano «ormai sempre più sganciati dai rituali funerari e dalle memorie sacrificali per essere inseriti stabilmente nell’esperienza della festa, del gioco, della munificenza cittadina, della condivisione ubriacante del piacere del sangue, della contaminazione del suo calore» . Il libro dei sogni di Artemidoro (Adelphi) registra già allora quanto queste manifestazioni ludiche suggestionassero l’inconscio dei romani dell’epoca. Da qualche tempo poi, a combattere non erano più solo gli schiavi, cioè «barbari» fatti prigionieri in battaglia, ma anche cittadini romani impoveriti, che scendevano nell’arena in cerca di un compenso economico. Ma questo fenomeno, su cui si sarebbe appuntata l’attenzione di Cicerone, all’epoca di Spartaco era solo in fase iniziale. Spartaco, originario della Tracia, una regione che comprende oggi la Bulgaria e la parte europea della Turchia, in quel momento aveva circa trent’anni. Nel corso della prima guerra contro Mitridate (88-85), si era arruolato, dalla parte dei romani, nell’armata di Silla. Poi però, quando la repressione colpì il popolo dei Maidi, a cui egli apparteneva, disertò e divenne un capo partigiano della sua gente. Catturato, fu venduto come schiavo a Roma. Da schiavo conobbe quella che sarebbe diventata la sua donna (di cui non è stato tramandato il nome), che era quasi sicuramente una baccante di Dioniso, culto che influenzò notevolmente entrambi. A Roma fu comprato da Lentulo Baziato e trasferito nella scuola-prigione di Capua dove, qualche tempo dopo, assieme a una settantina di uomini diede inizio alla rivolta, condividendo il comando con Crisso ed Enomao. Quando giunsero i primi contingenti romani, Spartaco (con i suoi) era già in fuga verso il Vesuvio. Fuga? Qui Schiavone si sofferma su un primo elemento che fa da cardine al suo libro. Secondo l’autore, Spartaco certo in quei primi attimi (ma anche in seguito) voleva sottrarsi agli agguati dei suoi nemici. Ma non volle mai «fuggire» . In molte occasioni avrebbe potuto darsi alla macchia, far perdere le sue tracce, tornare nella sua terra d’origine. Ma non lo fece: «la verità è che Spartaco non pensò mai di lasciare l’Italia» puntualizza lo storico. Già in quei primi momenti, al Vesuvio, la sua fu (e sarebbe restata fino alla fine) una rivolta che presto si sarebbe trasformata in guerra contro Roma. Una guerra come era stata, per dire, quella di Annibale e come sarà quella di Catilina. Tutt’altro che una fuga. Da Roma si muove contro di lui un contingente guidato da Publio Varinio. Spartaco, rivelando una grande capacità tattica, lo fa a pezzi. A più riprese. Dopo queste vittorie, Spartaco e Crisso si dividono. La letteratura antica — le fonti sono tutte romane, niente ci è stato tramandato di parte spartachista — si è molto soffermata su questa e altre successive divisioni nel campo dei rivoltosi, mettendo in evidenza il tema della «discordia intestina» . Ma Schiavone dimostra con argomenti efficaci che si non si trattò di dissensi strategici. Il piano del protagonista di quella ribellione (e dei suoi numeri due) fu— fin da quando sconfisse Varinio— quello di ritirarsi dalla Campania solo «per guadagnare un teatro d’operazioni più favorevole, dove fosse agevole manovrare, rifornirsi di viveri e avviare un nuovo reclutamento» . I ribelli puntarono verso Sud: Nocera, l’Irpinia, i monti Picentini. Giunsero a Forum Annii, l’odierno Vallo di Diano, e lì si lasciarono andare a un’improvvisa esplosione di violenza che accrebbe la loro fama. Gli schiavi del posto passavano in blocco dalla loro parte. Ma Spartaco da quel momento volle che di episodi come quello di Forum Annii non se ne verificassero più. Di lì in poi gli fu chiaro che il suo movimento avrebbe avuto successo solo se, anziché fare terra bruciata, avesse trasmesso nuovi valori comunitari su cui edificare, compiuta la sua missione, la «sua» società. Ma prima di costruire quella società doveva vincere la guerra. Spartaco adesso era fortissimo, conquistava l’intera Lucania e si affacciava sullo Jonio espugnando due centri importanti, Turi e Metaponto. Ma le città che cadevano nelle sue mani «venivano saccheggiate e abbandonate e mai Spartaco cercò di imporre con qualche stabilità il suo comando— diciamo anche la sua sovranità— su uno spazio geografico circoscritto» . In quel momento vietò ai suoi di comprare metalli preziosi o di procedere a una spartizione egualitaria della preda: le sue, scrive Schiavone, «erano sempre le disposizioni di un comandante sul campo, non ancora le norme di un sovrano legislatore; si stava preoccupando di salvare dalla bramosia acquisitiva e dalle rivalità personali la tensione e l’attitudine al combattimento dei suoi e di attirare un maggior numero di uomini dalla propria parte, non di costruire un modello alternativo di società» . A questo punto, siamo nel 72, Spartaco si divide, per esigenze tattiche, da Crisso che scende in Apulia verso il Gargano, e punta verso Nord. I romani sconfiggono Crisso, ma Spartaco li travolge nei pressi di Modena e si apre la via verso le Alpi. Se avesse davvero cercato una via di fuga adesso avrebbe avuto un’occasione d’oro. Invece si ferma e organizza i sontuosi funerali di Crisso (prova che tra i due non c’era alcuna inimicizia), facendo combattere fino alla morte trecento prigionieri romani in giochi gladiatori in onore del defunto: «Un capovolgimento di ruoli simmetrico e terribile, destinato a provocare negli spettatori uno shock emotivo fortissimo, che invertiva clamorosamente le posizioni fra le vittime e i carnefici» sottolinea l’autore. Dopodiché si dirige su Roma, dando l’ordine di uccidere i romani fin lì catturati e di respingere i molti disertori dell’esercito nemico. Perché queste decisioni? «Spartaco non si sentiva più il capo di un’armata di fuggitivi e di sbandati, ma si comportava ormai come un autentico comandante sul campo, un condottiero vittorioso venuto dall’Oriente, che la predestinazione divina aveva messo alla testa di un vero esercito, impegnato per un obiettivo che avrebbe mutato il corso della storia: colpire al cuore la potenza romana e sottrarre l’Italia al suo dominio» . E siamo al punto decisivo. L’impresa di Spartaco, sostiene Aldo Schiavone, non può essere più confinata all’interno dell’orizzonte della schiavitù romana. «Nessuna forma di “coscienza di classe”è mai esistita nella storia di Roma» scrive Schiavone «e tantomeno gli schiavi ne hanno mai avuta una, per la semplice ragione che nella storia sociale antica non si può mai rintracciare la presenza di autentiche “classi”, nel senso moderno e forte di questa parola: ma solo stratificazioni sociali anche molto articolate, la cui dinamica e i cui contrasti, tuttavia, non diedero mai vita a strutture propriamente di classe» . In che senso? Il vincolo di dipendenza personale, la condizione di schiavo che riduceva gli uomini a cose, sostiene Schiavone, «cancellava la separazione decisiva fra la persona del lavoratore e la vendita della sua forza lavoro — che è stata l’anima della modernità — e impediva perciò che si creasse la scissione costitutiva del rapporto di classe» . La sua esistenza «aveva un’origine e una regolazione del tutto extraeconomica, e questo costituiva un limite insuperabile al formarsi delle classi, perché non metteva mai di fronte lavoratori e proprietari di terre o di manifatture, ma lasciava in campo sempre un’unica figura: colui che — secondo il peculiare modello signorile — era nello stesso tempo proprietario di terra (più raramente di manifatture) e padrone di schiavi» . Né consentiva di sviluppare «quell’autopropulsività del sistema produttivo tipica dei sistemi economici moderni, poiché mentre l’operaio libero è in certo senso “creato”nella sua condizione di operaio dalla fabbrica, dalla produzione e dal contratto, lo schiavo non era “creato”nella sua condizione servile dal latifondo o dalla villa, ma da cause extramercantili, al di fuori del ciclo economico, come la prigionia in guerra, o le razzie dei mercanti della tratta; poteva essere comprato e venduto, ma non poteva essere “prodotto”, in quanto schiavo, dal processo economico» . Tant’è che in latino non esisteva nemmeno una parola per esprimere la nozione (inesistente) di lavoro umano astratto, nel suo pieno significato moderno. Parola e nozione che sarebbero nate in Europa solo con la rivoluzione industriale. Secondo Schiavone la dilatazione arbitraria del paradigma delle classi «è stata ed è tuttora una delle forme peggiori di inquinamento della conoscenza del passato» . La lotta di classe, «che è un fatto grandioso e generativo della modernità stessa dell’Occidente (anche se, a essere rigorosi, non di tutta), individua uno specifico modello di conflitto e di soggettività collettiva il cui schema non può essere trasportato al di fuori del suo tempo storico: né all’indietro per spiegare Roma o la Grecia né in avanti, sul nostro presente postindustriale» . Niente dei comportamenti di Spartaco ci autorizza a supporre che egli abbia agito deliberatamente nel nome di tutti gli schiavi di Roma o lottato per un loro generale riscatto. Di certo non voleva abolire la schiavitù. I prigionieri romani furono trattati da lui come schiavi e da schiavi vennero fatti combattere e morire. L’idea di una società senza lavoro servile «non apparteneva alle culture del Mediterraneo antico; le grandi rivolte tra secondo e primo secolo non si prefiggevano questo scopo, volevano solo rovesciare situazioni locali e vendicarsi di padroni disumani, non sradicare un sistema in modo globale» . Spartaco dunque respingeva i disertori perché voleva trovare ben altri alleati, voleva trasformare la sua rivolta in una guerra italica e in una guerra civile. Percepiva in Italia un latente secessionismo antiromano, un po’ come nella Spagna di Sertorio. Di certo— ripetiamo — non voleva abolire la schiavitù. Mirava a qualcosa di più ambizioso: sconfiggere Roma e instaurare un suo dominio. Roma reagì mandandogli contro l’erede di una prestigiosa famiglia aristocratica, Marco Licinio Crasso, e chiedendo nel contempo al rivale di Crasso, Pompeo, di rientrare dalla Spagna. E Crasso riuscì a ottenere una prima, parziale, vittoria su Spartaco, che in cerca di alleanze (ma non tra gli schiavi, che a questo punto non si ribellavano più) stava tornando sullo Jonio. Il grande ribelle cercò adesso di sbarcare in Sicilia e di organizzare lì la sua retrovia. Ma i pirati che avevano preso con lui l’impegno di aiutarlo a passare lo stretto vennero meno ai patti. E il governatore siciliano (quel Verre che passerà alla storia per le accuse di Cicerone in un successivo processo) riuscì a impedirgli di stringere alleanze sull’isola. Fallito lo sbarco in Sicilia, Spartaco doveva risalire dall’estremo Bruzio (l’odierna Calabria). Crasso tentò di tagliargli la via con la costruzione di un gigantesco vallo tra le coste del Tirreno e quelle dello Jonio. Decisione folle e dispersiva: Spartaco riuscì agevolmente a passare. Crasso lo attaccò allora nei pressi di un lago lucano ma Spartaco ebbe la meglio. Nel frattempo Pompeo si avvicinava a tappe forzate al teatro delle battaglie e Crasso per impedire che il rivale cogliesse la vittoria (eventualità che gli provocava addirittura l’insonnia, come racconta John Leach in Pompeo, pubblicato da Rizzoli), giocò il tutto per tutto contro il nemico in una battaglia nei pressi del monte Cantenna, nella Lucania settentrionale. E stavolta riuscì quasi a distruggerne l’esercito. In seguito Spartaco vinse ancora una volta, cercò di aprire una trattativa con Crasso (tentativo fallito) e si diresse verso Brindisi. Ma in una nuova battaglia nella valle dell’alto Sele fu definitivamente sconfitto e ucciso (il suo corpo non fu mai trovato). È però una leggenda che sia stato crocefisso sulla strada che conduce da Capua a Roma, come toccò in sorte a seimila dei suoi seguaci. Un gruppo di suoi uomini rimase unito e continuò in un’azione di guerriglia che durò per un decennio. Si sarebbero uniti alla rivolta di Catilina (caduto nel gennaio del 62 nei pressi di Pistoia) e a fianco dei superstiti combatterono ancora nel 60 a Turi. Così, con «quel filo sotterraneo che unì le due insurrezioni» , si chiuse un ciclo. «Il cambiamento politico— è improprio definirlo come molti fanno una “rivoluzione”— arrivò alla fine attraverso l’unica strada possibile, in quella situazione» scrive Schiavone; «non una rottura che avesse per protagonista il fondo plebeo della repubblica: niente di lontanamente paragonabile a una “rivoluzione democratica”. Ma l’ambiguo percorso di un colpo di Stato— quello di Augusto— uscito dall’interno della vecchia nobiltà senatoria, o almeno di una parte di essa» . Nella Roma del I secolo a. C. il «rinnovamento» tramite sommossa non era ben visto. Anzi. Contro Spartaco aveva giocato l’incubo delle res novae di cui parla con efficacia Sallustio: quelle terribili «novità» temute dai possidenti e torbidamente auspicate da una parte di quel popolo che era diventato ormai informe plebe. Dopo tante paure, con Augusto «le temute res novae si dileguavano senza lasciar tracce e le tensioni dell’età tardo repubblicana venivano assorbite e sterilizzate dalla passività di una base plebea (faremmo fatica a dire: popolare), che la permanente lontananza dal lavoro produttivo, e la conseguente mancanza di strutture di classe, spingeva all’immobilismo e alla rassegnazione» . Un’analisi prettamente marxista che porta a una visione assai diversa da quella che quasi tutti i marxisti dell’Otto e del Novecento ci hanno tramandato di quella tempesta che sconvolse l’ordine repubblicano nella Roma antica.

Paolo Mieli,Spartaco fu un guerrieroultima modifica: 2011-02-10T17:54:48+01:00da mangano1
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