Che succede a Palermo coi forconi? Due articoli

 

 

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Forcaioli e “Forconi “: Perché la sinistra condanna la rivolta siciliana?
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di Massimo Formica

Chiariamoci: La rivolta siciliana scatenata dai movimenti “Forza d’urto” (autotrasportatori) e “dei Forconi” (agricoltori, pastori, allevatori) è certamente una rivolta di popolo. Il motivo della protesta che, da giorni, scuote l’ isola, e che ha portato a blocchi e sit-in in tutte le principali arterie di collegamento della regione, è l’aumento dei prezzi dei carburanti. Agricoltori e autotrasportatori puntano il dito contro le politiche dei governi nazionale e regionale in materia di accise. “Siamo sull’orlo del fallimento, servono interventi di sostegno”, denunciano. “Non è lo sciopero di una categoria, ma la rivoluzione di un popolo”. Scrivendo “Stato e rivoluzione” (1917), poche settimane prima dell’ Ottobre, Lenin affermava che una democrazia autentica è quella in cui “il popolo stesso assume le funzioni del potere statale”. Le false democrazie capitaliste riconoscono agli oppressi il mero diritto “di decidere, una volta ogni qualche anno, quali fra i rappresentanti della classe dominante li rappresenterà e li opprimerà in Parlamento”. Tutte le esperienze storiche di autogoverno, dalla Comune di Parigi, al mir russo ai town meeting del New England, hanno toccato le corde sensibili di ogni socialista, populista e democratico radicale, ad ogni latitudine ed in ogni epoca. Quindici anni prima, “Che fare?” (1902) era stato il lavoro del Lenin stratega realista che avversava lo spontaneismo di massa e propugnava un’ organizzazione d’avanguardia di rivoluzionari di professione, che avrebbero spiegato ed imposto alle masse i loro veri interessi, ma la carica utopica di “Stato e rivoluzione” non ha rappresentato la debolezza di quel libro, bensì la sua vera forza, collocandolo nella storia delle idee politiche al pari dell’ “Utopia” di Thomas Moore, de “La Città del Sole” di Campanella e de “Il Contratto Sociale” di Jean Jacques Rousseau. Talmente “ecumenico” voleva essere il messaggio di Lenin che ad un certo punto egli menzionò persino, in tono di apprezzamento,”le ingenuità del cristianesimo primitivo e il suo spirito democratico rivoluzionario”. E riconobbe con entusiasmo che “il passaggio dal capitalismo al socialismo è impossibile senza un qualche ritorno al “democratismo” primitivo. Su questo punto Lenin sembra echeggiare gli scritti dell’ intellighenzia populista russa del tardo Ottocento. I populisti russi erano stati profondamente influenzati dall’ esperienza della Comune di Parigi. Tra di loro era
diffuso il mito dello “stato di tutto il popolo”, imbevuto di ethos comunardo e degli ideali dell’ autogoverno dal basso. Il disprezzo del parlamentarismo borghese e la domanda di strumenti di democrazia diretta erano temi comuni dell’ ondata democratica che percorse l’ Europa a cavallo del secolo. E l’ idea che gli elettori dovrebbero avere il diritto di mandare via i “pubblici servitori”, esattamente come un manager o un fattore possono sbarazzarsi del personale preso a servizio, era tipica anche dei populisti americani. In un libro pubblicato a New York nel 1912, dal titolo “Government By All The People”, si usavano contenuti non molto diversi da quelli del Lenin del 1917: “La revoca considera un rappresentante come un servitore, un esecutore, non come un padrone. Per essere precisi come un ambasciatore plenipotenziario, questi è un servitore dotato di un certo potere,ma che ha ricevuto precise istruzioni o che si presume sia a conoscenza della volontà del suo padrone, e se non riconosce le proprie responsabilità, o se interpreta male le sue istruzioni, può essere revocato in ogni istante”. La sinistra italiana mal tollera, e non da oggi, lo spontaneismo di massa. Oggi che essa è radicata nell’ istituto
parlamentare borghese e ne ha introiettato il veleno del potere per il potere, rinnega i moti popolari, bollandoli come atti di insubordinazione o semplicemente criminali: Un modo per non fare i conti con la sua storia recente e col suo passato. Essere la terza gamba di Monti è la sua unica aspirazione. Con cecità colposa guarda agli agricoltori siciliani, agli autisti dei tir, ai pastori come a delle forze reazionarie che attentano alla salvezza del Paese. I movimenti siciliani rivendicano il protagonismo promesso dalla carta Costituzionale. Reclamano le garanzie di vita, benessere e libertà ventilate dal contratto liberale. Ad essere fuori legge sono i nostri deputati, venduti ai mercati internazionali. John Adams,secondo presidente degli Stati Uniti d’ America, scriveva nel 1795: “La democrazia non dura mai a lungo. Rapidamente essa si consuma, si esaurisce e si uccide da sé. Non s’è ancora vista una democrazia che non abbia commesso suicidio”. I ribelli siciliani sono in rivolta anche contro la Storia. Sostenerli è un dovere di uomini liberi.
Davanti ai forconi

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di GIUSEPPE PROVENZANO
Giuseppe Provenzano spiega cosa succede in Sicilia, combattendo le vertigini
19 gennaio 2012

Vengono le vertigini, per la voragine di drammi e rivendicazioni, fame e offese che il “movimento dei forconi” ha richiamato. È il ventre di Sicilia, aperto da tempo, che la crisi ha rovesciato per strade e porti. Per la verità il movimento è un blocco, come capita. E quaggiù sempre vi s’aggiunge la metafora, il segno che rivela verità mangiate a parole: il blocco nell’Isola bloccata, moltiplicatore d’immobilità.
Gli “imbecilli di sinistra” – peggiori di quelli di destra, diceva Leonardo Sciascia, per il vizio di complicare sempre le cose, specie quando le cose andrebbero semplificate – ora spiegano che “non c’è nessuna rivoluzione in corso”, che “voi non sapete chi c’è dietro”, e così via cantandosela e suonandosela. Come se qualcuno con un minino di lume davvero cercasse rivoluzioni nei padroni dei TIR che rivendicano il consumo a buon mercato di gasolio. E cosa c’è dietro, se non il marasma economico, sociale e persino umano nella Sicilia e nel Sud della crisi? Una crisi che ha colpito tutto il paese, ma per lo squilibrato sistema di welfare e l’elevato grado di evasione e di elusione contributiva, e per essersi sommata adebolezze strutturali aggravate negli anni Duemila, ha scaricato sul Sud gli effetti sociali più drammatici di disoccupazione, scoraggiamento e miseria: meno della metà di occupati tra la popolazione attiva e licenziamenti “senza paracadute”; imprenditoria (quasi tutta) legata a commesse pubbliche bloccata nella paralisi amministrativa e strozzata dal credito, mentre l’industria mafiosa è l’unica con liquidità; un terzo della popolazione sotto la soglia di povertà e crollo dei consumi perfino di beni di prima necessità.
È così che una protesta scomposta, dai programmi generici o minimi ed egoisti – nel ripiegamento localistico di un Sud impoverito e offeso dall’ostilità diffusa dell’opinione pubblica che conta e abbandonatoalla seduzione di fenomeni culturali deteriori come quello di Pino Aprile (teorico insidioso del “terronismo” a cui non pare vero di vederlo praticato a mani grosse) – raccoglie vasta solidarietà e simpatia popolare, da parte degli stessi cittadini pur vittime di disagi gravissimi. Ma davvero può sorprendere, in un Paese che ripetutamente si chiedeva del suo Mezzogiorno: “com’è che non scoppia la rivolta”? Il Sud in condizioni da “primavere arabe” finalmente l’ha accontentato – ed è l’ennesima volta, in verità, ché le rivolte sono sempre scoppiate, in questi anni, per acqua, rifiuti e sanità quasi ovunque, e da Castelvolturno a Nardò. Stavolta il Paese – che accorre a Palermo con le sue migliori firme, gli Aldo Cazzullo che si soffermano sulle “bocche sdentate” – quanto ci metterà a dimenticare?
Tra i “forconi” si addensano ombre nere e si registrano violenze e intimidazioni di stampo mafioso: e certo non può sorprendere, a chi ha un minino di cognizione delle cose di Sicilia (e d’Italia, dunque) che si siano mossi, persino tra i più attivi organizzatori, uomini in puzza di mafia. In movimenti del genere c’è di tutto, si sa, e le etichette servono solo a camuffare meglio.
Però, il problema principale non sono gli avventurieri neri ma gli sventurati sempre più in balìa, quelli che partecipano in buona fede, che chiedono magari risposte sbagliate a problemi veri (l’accesso al credito, il costo dei prodotti agricoli, la pesca nel Mediterraneo, e così via). La disperazione sociale, che ha provato a sfogare la sua rabbia in proteste troppo al lungo “senza voce”, ora si volge nel vecchio ribellismo meridionale buono a preparare ogni conservazione. Nelle forme di un’antipolitica feroce e brutale vi s’infiltra la peggiore politica, e non è detto che tutto non finisca con il ridare ruolo all’intermediazione impropria dei soliti notabili. Gravi sono i sospetti e i tentativi di strumentalizzazione da parte di personale di riciclo (specie nella galassia autonomista e della destra pidiellina), che è il precipitato purissimo –impurissimo, cioè – degli oltre sessant’anni di classi dirigenti siciliane che hanno ridotto l’isola alla marginalità e alla dipendenza.
Liquidare la protesta, persino con le migliori ragioni, come fa il presidente della Confindustria siciliana, Ivan Lo Bello, per il fatto che vi siano fascisti, reazionari e mafiosi, rischia solo aggravare le cose e le responsabilità della politica. Non tutto si può fare a Palermo, e quasi niente. Ma quel “quasi” è decisivo, anche sul piano simbolico, di fronte a un popolo che sprofonda in una miseria che non è mai solo materiale. Perché i piani (e i fondi) per l’agricoltura, per dire, sono bloccati? Il movimento si lamenta della disattenzione dei media per la Sicilia, e così ora vuole risalire la penisola, è già in Calabria. Ecco, l’Italia forse guarda la Calabria? La Calabria deindustrializzata guarda lo smantellamento delle industrie in Lombardia? L’Europa guarda forse a Lampedusa e i siciliani forse guardano alla Romania? È il naufragio che ci fa tutti ciechi e vigliacchi, ma la politica ha il dovere di tornare a bordo.
Non serve guardare le facce dei capipopolo d’occasione, o le loro storie ambigue, per capire che con gli indignados non c’entrano proprio nulla. Ma se a loro va la solidarietà di quelli che dovrebbero indignarsi ad ogni età, il problema è di chi avrebbe il dovere di rappresentare questi ultimi nel mondo che s’è guastato. La vasta solidarietà popolare (di cui Internet e i social network sono espressione genuina) passerà presto, per le modalità gravi e sbagliate della protesta e per la mancanza di richieste concrete, a parte quelle prive di ogni buon senso. Però c’è stata. E ci racconta di una grande fallimento: quello della sinistra meridionale e delle sue classi dirigenti, della mancata prossimità ai bisogni prim’ancora della capacità di rispondervi. Non c’è più tempo per ricostruirne analisi e ragioni. È accaduto, accade, bisogna solo prenderne atto. Se sono stati i “forconi” a risvegliare la coscienza di un popolo troppo assopito, bene, non avvertiamo noi, la sinistra democratica, una forte responsabilità? Non si sono mossi alla denuncia del lungo malgoverno meridionale, che sotto il berlusconismo si era rinnovato e riprodotto, provocando buona parte dei disastri di oggi? È vero, ma che importa, se larghi settori delle nuove generazioni, le più offese dal nostro tempo, dopo la lunga e diffusa disaffezione, al primo fruscio di protesta hanno solidarizzato e mostrato tutto il loro disprezzo per la politica. O pensiamo davvero di coinvolgerli, in questo marasma, con le sole cose che dalle nostre parti sembrano appassionarci: primarie, candidature e cavallerie rusticane? Alcuni di loro sono ai blocchi, altri inneggiano su Facebook ai forconi e già evocano le forche. Sono loro la questione democratica, vecchia e nuova come pane e lavoro. La gente che lavora (sì, anche i “padroncini” – così li chiama la stampa progressista – dei camion e dei trattori) e la gente che non ha mai lavorato, e gli uni e gli altri che non ce la fanno più. Per “cinque giornate” protagonisti e per tutti le altre vittime, in qualche caso anche di se stessi.
Fra un giorno o due passerà pure questa rivolta (che i giornali borghesi, avrebbe detto Salvemini, chiameranno “rivolta degli ignoranti e degli straccioni”), ma il Sud resterà della sua fame. È questo che fa male alla causa democratica nel Mezzogiorno, più d’ogni protesta più o meno condivisibile. Cosa c’è davanti ai “forconi”, bisognerebbe chiedersi a sinistra, non dietro. Davanti alla lunga recessione, alla deprivazione materiale e morale, alla mancanza di prospettiva, che fare? Non è vero, si sa che fare, e sono così tante cose che basta solo cominciare.

Che succede a Palermo coi forconi? Due articoliultima modifica: 2012-01-21T15:27:06+01:00da mangano1
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