cORRADO bEVILACQUA,La società dei quattro quinti

 

 

democrcacy.gifLa società dei quattro quinti L’economia mondiale sta scricchiolando come una casa che è sul punto di crollare. Il tonfo delle borse di venerdì e i nuovi record dei differenziali sui titoli di Stato hanno lasciato i governi europei e gli operatori con il fiato sospeso per tutto il week end. E sulla riapertura dei mercati, domani, pesa l’uno-due Spagna-Grecia. Mentre in Spagna, infatti, si allunga la lista delle regioni a rischio default e proseguono le proteste, dal settimanale tedesco Der Spiegel arriva la notizia, da fonti “ufficiali” non meglio identificate dell’Ue, che il Fondo Monetario sarebbe intenzionato a bloccare gli aiuti alla Grecia con un probabile default del Paese a settembre. Atene non ce la farebbe infatti a ridurre il debito al 120% del Pil entro il 2020 e mantenere i propri impegni sulle riforme. Questo vorrebbe dire per i Paesi dell’Eurozona un ulteriore esborso in aiuti di 10-50 miliardi. E nessuno sarebbe intenzionato a spendere ancora di più. L’Ue non commenta: il portavoce del commissario agli Affari monetari Olli Rehn si limita a dire che “non sappiamo da dove vengano queste informazioni dello ‘Spiegel’ su cui non facciamo commenti” ricordando inoltre che la nuova missione della troika incaricata di valutare la situazione di Atene non si è ancora messa in marcia e, ha ricordato Simon O’Connor, “deve partire martedì 24”. Ma da Berlino il ministro dell’Economia, Philipp Roesler, rilancia, dicendosi “più che scettico” sulla possibilità che Atene rispetti gli impegni: e “se la Grecia non soddisfa i requisiti chiesti, non ci potranno essere più risorse verso il Paese”, spiega. Tutti guardano ora anche alla Bce. Il presidente, Mario Draghi, cerca di tenere le fila: “l’euro è irreversibile” – spiegava ieri – e non c’é un pericolo “esplosione” dell’unione monetaria. Ma l’Eurotower – sottolineava anche – non ha il mandato di risolvere i problemi finanziari degli Stati, ricordando anche il recente taglio del costo del denaro. Mentre in Italia il direttore generale del Tesoro, Annamaria Cannata, rassicurava sul buon andamento delle ultime aste. In attesa che il 12 settembre la Corte costituzionale tedesca si pronunci sul meccanismo di difesa europeo iniziando così il percorso per innescarlo in caso di attacchi speculativi, il premier Mario Monti agisce su due fronti: estero e interno. Il Professore ha già iniziato il suo ‘road show’ da Mosca dove incontrerà le massime cariche ma anche gli imprenditori. Poi volerà in Finlandia, per cercare di superare le “resistenze” del Paese, spiegava Monti, infine in Spagna. “Domani abbiamo una serie di importanti contratti da firmare tra imprese italiane e russa: questa è l’economia reale”: ha risposto il premier alla domanda se fosse preoccupato per la riapertura dei mercati, al termine della cena con il gotha dell’imprenditoria russa, domenica sera. In Italia, in mancanza della rete di protezione europea, ma molti sperano comunque in un intervento in caso di attacchi, il governo si preparerebbe a fronteggiare l’agosto ‘bollente’ con un’ulteriore sforbiciata alla spesa tra i 6 e gli 8 miliardi. Il menù del terzo step della spending review sarebbe pronto: taglio ai trasferimenti ai partiti e ai sindacati, revisione degli sconti fiscali, taglio e razionalizzazione degli aiuti alle imprese, ulteriore intervento sul pubblico impiego e un dettagliato pacchetto di dismissioni. Il Parlamento è già preallertato. Ma se i Palazzi dovranno aprire a metà agosto si saprà solo a partire da domani e molto dipenderà appunto dall’andamento dei mercati. La situazione è ‘esplosiva’ anche se il Tesoro, grazie al buon andamento delle entrate, ha cancellato l’asta di titoli di agosto prendendo così un po’ di tempo in più. Gli spread di Spagna e Italia venerdì si sono impennati fino a toccare i 610 e i 500 con rendimenti altissimi del 7,2% e del 6,1% e le borse hanno chiuso ‘a picco’. “Siamo vigili, ma molto sereni”. A parlare è uno dei ministri che fanno parte del Comitato di coordinamento di politica economica e finanziaria, istituito da Mario Monti nel giorno della ‘promozione’ di Vittorio Grilli a ministro dell’Economia. Del tavolo fanno parte i responsabili dei dicasteri economici e il governatore della Banca d’Italia. Un vero e proprio gabinetto di guerra; utile nel caso in cui la situazione precipiti. Il Comitato non si é ancora riunito. E la speranza è che non debba succedere nei prossimi giorni perché vorrebbe dire che la temperatura sui mercati si è fatta molto pesante. Lo stesso ministro, al telefono, mette le mani avanti: “Al momento nessuno mi ha chiamato, ma resto nelle vicinanze”, aggiunge. Una battuta, forse per stemperare la tensione in attesa che le Borse riaprano. Anche se a palazzo Chigi si tiene il punto, negando quel nervosismo che campeggia sui media. Ad ogni modo, alla vigilia di un lunedì che in tanti paventano nero, Mario Monti é partito per Mosca dove ha incontrato il patriarca della Chiesa ortodossa, Kirill. Il premier é decollato da Milano; ha trascorso il sabato in compagnia della moglie Elsa, nella loro casa sul lago Maggiore. Qualche ora di relax, che denota una certa serenità. “Se fosse davvero preoccupato non avrebbe lasciato Roma”, si sostiene nel suo entourage, dove non si manca di ricordare come domani – quando riprenderanno le contrattazioni sul mercato secondario dei titoli di Stato che determinano l’andamento dello spread – il Professore sarà in partenza per Soci per la bilaterale con Vladimir Putin. “Business as usual”, è insomma la linea a palazzo Chigi. Eppure, anche se lontano dall’Italia, il premier tiene bene sott’occhio la situazione italiana. Anche da Mosca i contatti sono stati continui. E non solo con l’Italia. Secondo qualcuno infatti Monti avrebbe sentito anche Mario Draghi. Voce che, è facile attendersi, non trova conferma nell’entourage del premier. L’intervista rilasciata dal governatore della Bce a Le Monde, ovviamente, è stata apprezzata, in particolare nel passaggio in cui sottolinea che la Bce agirà “senza tabù” in difesa della stabilità dell’euro. Monti, per rispetto dell’indipendenza della Banca centrale, non può ovviamente dirlo, ma è chiaro che confida in un intervento di Francoforte sul mercato secondario qualora la febbre dello spread dovesse salire troppo. Anche se – si spiega in ambienti governativi – non si deve indulgere in eccessivo ottimismo perché come ha sottolineato lo stesso Draghi la Bce non può risolvere i problemi degli Stati. E visto che lo scudo anti-spread non appare una opzione praticabile, in quanto é operativo solo il fondo di stabilita Efsf temporaneo e per quello (più ricco) permanente si dovrà attendere la Corte tedesca, all’Italia non resta che “cavarsela da sola”. E la speranza é che riesca a farlo anche quando, Germania permettendo, sarà operativo anche l’Esm. Perché, come ripete spesso Monti ai proprio collaboratori, “non possiamo permettere che siano altri a dire cosa fare in Italia”. E intanto? Nella due giorni in Russia, a differenza di quanto avvenuto in Asia e Stati Uniti, Monti non ha in agenda incontri con la comunità finanziaria moscovita. Cenerà con gli imprenditori italiani, ma non é stato organizzato alcun faccia a faccia con investitori locali. Piú che plausibile peró che della crisi dell’Eurozona parli durante le bilaterali con Medvedev e Putin. Se non altro per rassicurare le controparti sulla tenuta dell’Italia e sull’efficacia delle riforme intraprese. Forse nella speranza di ottenere una qualche solidarietà concreta. “Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni”. Frase di De Gasperi ma frase ad effetto quella usata da Mario Monti nel primo giorno della sua visita in Russia ed alla vigilia di un lunedì ad alto rischio per le fibrillazioni dei mercati sull’Italia. Il premier sembra quasi volersi tirare fuori dal dibattito che in Italia prosegue sull’idea di accorciare i tempi della legislatura – aprendo la strada ad una consultazione elettorale d’autunno – per placare l’aggressività della speculazione. Già ieri palazzo Chigi aveva smentito seccamente che un Monti amareggiato pensasse ad una possibilità del genere e tantomeno all’ipotesi di una crisi pilotata per arrivare ad elezioni ad ottobre senza scossoni. E questa sera ha ostentato una calma laboriosa ai cronisti che a Mosca gli chiedevano se fosse preoccupato della riapertura dei mercati di domani mattina: “Domani abbiamo una serie di importanti contratti da firmare tra imprese italiane e russa: questa è l’economia reale”, è stata la risposta del presidente del Consiglio. “Politica ed economia devono procedere insieme”, aveva ricordato Monti in un’intervista all’Itar-Tass. Ma il premier, forse pensando alle dure misure prese dal suo Governo che produrranno effetti in tempi medio-lunghi, ha subito aggiunto un invito a non guardare nessuna delle due con un’ottica a breve termine. “E’ una sindrome non positiva”, ha assicurato il professore. Intanto pensiamo “all’economia reale”. Quindi calma e lavoro anche alla vigilia di una settimana che potrebbe essere di fuoco per il Governo. “Business as usual”, spiegano da palazzo Chigi confermando la linea di basso profilo scelta dal premier. E non è un caso se questa sera a Mosca Monti ha scelto di incontrare a lungo il gotha dell’economia pubblica e privata italiana nei locali dell’ambasciata. Ll’impegno del premier è a 360 gradi e la missione moscovita di Monti non è di poco conto: la Russia è infatti il gigante europeo dell’area non Ue e non Euro e anche quest’anno il suo ritmo di crescita si attesta intorno al quattro per cento. Un interlocutore privilegiato per Monti che ha ereditato il patrimonio di buoni rapporti – che non vuole disperdere – costruito negli anni da Silvio Berlusconi con “l’amico” Vladimir Putin. E proprio domani Monti avrà i colloqui politici con il presidente Putin ed il primo ministro Dmitri Medvedev. Energia, infrastruttura ed accordi economici nel menù dei colloqui. Ma anche un profondo scambio di opinioni sulla crisi dell’Euro e sulle intenzioni di Mosca di adoperarsi fattivamente per aiutare i Paesi più in difficoltà. Addio posto fisso: negli ultimi mesi la quota di assunzioni a tempo indeterminato programmate dalle imprese si è assottigliata e ormai sono meno di due su dieci i contratti senza scadenza. A rilevarlo è Unioncamere nell’indagine Excelsior a cui partecipa anche il ministero del Lavoro. L’ultimo Bollettino su luglio-settembre, infatti, registra, secondo le previsioni delle aziende, che dei 159 mila posti messi a disposizione appena il 19,8% è stabile. Il dato conferma quanto già avvenuto tra aprile e giugno. Prima di questa nuova fase, ovvero fino all’inizio del 2012, la percentuale di assunzioni previste a tempo indeterminato era ben più alta, si salvavano dalla precarietà circa tre posti su dieci. L’indagine Excelsior segnava una quota compresa fra il 27% e il 34%, prendendo a riferimento i quattro trimestri prima della caduta. Guardando nel dettaglio la rilevazione condotta da Unioncamere, ben il 72,3% dei posti richiesti per luglio-settembre sono a tempo determinato, di cui una buona parte sono contratti stagionali; il 4,6% è rappresentato da rapporti di apprendistato; e il 3,3% da altre forme, come le assunzioni in inserimento e a chiamata. Inoltre la discesa delle posizioni fisse risulta confermata anche tenendo conto dei fattori di periodo: nel Bollettino sui programmi occupazionali delle imprese, rilevati dall’ente guidato da Ferruccio Dardanello viene, infatti, evidenziato che escludendo le assunzioni stagionali i contratti “stabili” si attestano al 35,8%, mentre nei precedenti cinque trimestri la loro quota era superiore al 40%. Se poi si rapportano i contratti a tempo indeterminato a tutti i contratti di lavoro o di collaborazione che le imprese prevedono di stipulare nel periodo (inclusi quindi quelli ‘atipici’), si scende dal 16 al 14% circa. Insomma continua a incidere “l’effetto incertezza” che porta a spostare quote di domanda verso assunzioni “a termine”, siano esse stagionali o con altro contratto. Il Bollettino dell’indagine Excelsior sottolinea come “al di là degli alterni andamenti stagionali della domanda di lavoro complessiva, la debolezza e le incertezze dello scenario economico stanno quindi riducendo drasticamente i contratti di lavoro stabili che le imprese possono o intendono stipulare”. La famiglia di un operaio stava meglio dieci anni fa: nel 2000, infatti, il reddito reale familiare equivalente disponibile per un operaio, apprendista o commesso era pari a 13.691 euro, ma nel 2010 era sceso a 13.249, ben 442 euro in meno. E’ quanto emerge dalla Relazione annuale di Bankitalia, che segnala anche la ‘stasi’ delle retribuzioni negli stessi anni: 1.410 euro al mese nel 2000, appena 29 euro in più, 1.439 nel 2010. E va peggio al Sud, dove nello stesso periodo è passata da 1.267 a 1.276 euro, con un aumento di soli 9 euro, neanche uno l’anno. In realtà, esaminando le tabelle, nell’uno come nell’altro caso, riguardo cioé sia al reddito disponibile che alle retribuzioni, si nota un aumento fino al 2006, anno in cui i dati invertono la tendenza e redditi e retribuzioni cominciano a scendere. Così, il reddito disponibile di un operaio era aumentato a 14.485 euro nel 2006, ma già nel 2008 era sceso a 13.659, per arrivare appunto ai 13.249 euro del 2010. Stesso discorso anche per il reddito familiare disponibile dei dirigenti, che seppure nel decennio è complessivamente aumentato (dai 35.229 euro del 200 ai 38.065 del 2010), il suo picco l’ha registrato nel 2006, quando ha toccato i 43.825 euro. Entrambi i dati rispecchiano la curva del reddito reale familiare equivalente medio, passato dai 18.358 euro del 2000 ai 20.3575 del 2006 ai 19.495 del 2010. Quanto alle retribuzioni mensili, si è passati dai 1.410 euro del 2000, ai 1.440 del 2002, ai 1.468 del 2004, ai 1.489 del 2006, per poi scendere a 1.442 nel 2008 e 1.439 nel 2010. Stesso percorso al Sud, con 1.267 euro del 2000 ai 1.332 del 2006 e ai 1.276 del 2010. In conclusione, l’avvento del neoliberismo con l’assurdo taglio delle vecchie politiche keyesiane che ciò ha comportato ha trasformato l’Italia da un lato in un paese di poveri e di precari; dall’altro lato, in un paese di ricchi e straricchi come prevedeva la teoria della società dei due terzi che, nel frattempo, è diventata la società dei quattro quinti. In questo quadro, la citazione degasperiana di Monti serve solo “pour épater les bourgeois”. La realtà è che il governo, all’ombra di un’Unione europea allo sbando, ha messo in atto la politica peggiore che poteva mettere in atto, a dimostrazione che non è la tecnica che ci può aiutare, ma che lo po’ fare solo un piano economico improntato ad una nuova visione politica: una politica che non stia al carro dei mercati, ma che sappia imporsi ad essi.

cORRADO bEVILACQUA,La società dei quattro quintiultima modifica: 2012-07-24T18:07:53+02:00da mangano1
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