Marco Belpoliti, La politica del paparazzo

LA STAMPA 30 luglio 2008

MARCO BELPOLITI
La politica del paparazzo
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Una serie di foto su giornali che un tempo si sarebbero detti da servette e portinaie – antenate strapaesane del moderno gossip -, della nuova Famiglia Reale, e poi l’immagine di Veronica addobbata per una serata mondana, mano nella mano con lui, Silvio, invece in blu assottiglia-vita, sui giornali più «seri». Quindi un profluvio d’articoli tra la cronaca rosa e la riflessione politica. Fino a che un commentatore e sociologo, Ilvo Diamanti, scrive su la Repubblica che «l’estate è diventata una stagione più politica delle altre». Possibile? Davvero è «politica» il «ri-matrimonio di Silvio», come titola l’articolo di Maria Corbi su La Stampa del 28 luglio, alludendo alla nuova luna di miele con la moglie, dopo il correre di voci sulle sue scappatelle extraconiugali? Sì, è ancora politica, ma in un senso nuovo e diverso da prima.

O meglio, è politica della comunicazione, che sostituisce la politica tout court. Per dirla con un filosofo di moda negli Anni 80, Jean Baudrillard, dimenticato, eppure da riscoprire: «L’informazione è sempre più invasa da una sorta di contenuto fantasma, d’innesto omeopatico, di un sogno diurno di comunicazione. Dispositivo circolare in cui viene messo in scena il desiderio della platea, l’antiteatro della comunicazione, che, come si sa, non è nient’altro che il riciclaggio in negativo dell’istituzione tradizionale, il circuito integrato al negativo».

Nel momento in cui esplodevano i nuovi mass media, in particolare la televisione, che continua, nonostante l’avvento massiccio d’Internet, a dominare il nostro rapporto con la cosiddetta realtà, Baudrillard ci ricordava come l’informazione avesse cominciato a divorare i suoi stessi contenuti, così che, invece di comunicare, «s’esaurisce nella messa in scena della comunicazione stessa». Non produce senso, scriveva il filosofo francese, ma consuma la «messa in scena del senso». Si tratta di un processo di simulazione che da allora è andato molto avanti e di cui vediamo le ulteriori conseguenze in questa estate post-politica. Qualche esempio, oltre al gossip sui giornali rosa: l’intervista presa al volo, la parola e la telefonata degli ascoltatori, la partecipazione artefatta di tutti a tutto, il regno della trasparenza mediatica e dei reality show. Si tratta del «ricatto della parola» (Baudrillard), attività in cui uno dei totem della televisione berlusconiana, Maurizio Costanzo, è stato gran maestro. La realtà è scomparsa a favore di un’iperrealtà che dalle pagine di Chi approda ora ai fogli dei quotidiani, iperrealtà della comunicazione e del senso, che appare negli scatti dei paparazzi più reale del reale, con la conseguenza che il reale stesso viene abolito.

Naturalmente tutto questo non è l’effetto di un uomo solo, o del suo pur potente mezzo televisivo, ma il risultato di un processo che ha nella pubblicità il suo centro. La sua forza, diceva Baudrillard in un’intervista del 1983, ma anche la grandezza, risiede nella capacità di liberarci dalla «tirannia dei giudizi» per consegnarci al piacere immediato del puro défilé d’immagini che «non ci obbligano più a niente». In un altro libro del 1970, riedito di recente dopo vent’anni d’assenza, La società dei consumi (il Mulino), Baudrillard spiega che la pubblicità non ci inganna: «È semplicemente al di là del vero e del falso, come la moda è al di là del brutto e del bello, come l’oggetto moderno, nella sua funzione di segno, è al di là dell’utile e dell’inutile».

Berlusconi rappresenta la presa del potere del simulacro, ovvero di questa realtà di segni che rimandano solo a se stessi: funzionano alla stregua della pubblicità affrancandoci completamente dal gioco tradizionale della politica quale progetto di trasformazione. Possiamo ancora definire questo «politica»? Probabilmente sì. Nel lontano 1974 Jean Baudrillard intitolava un suo libro: Per una critica dell’economia politica del segno. Segno, che mai sarà?, si chiederanno molti con trent’anni di ritardo. È qui, nel gioco a vuoto dei segni, tra i simulacri del presente, che si disputa la partita del futuro. Per questo, e solo per questo, l’estate delle foto mano-nella-mano appare come la stagione più politica dell’anno.

Marco Belpoliti, La politica del paparazzoultima modifica: 2008-07-30T23:42:00+02:00da mangano1
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