Jacqueline Spaccini, Un passo indietro

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MARTEDÌ 30 GIUGNO 2009
Scrittrici italiane dimenticate. Un passo indietro.

Un passo indietro, un passo avanti e poi l’oblìo
di Jacqueline Spaccini

Francesco De Nicola e Pier Antonio Zannoni (a cura di). La fama e il silenzio. Scrittrici dimenticate del primo Novecento. Venezia, Marsilio, 2002, 85 p., 11€50

Questo agile ma pregnante volume che contiene le relazioni presentate in un convegno genovese nell’ormai lontano 2001, mi dà l’opportunità di presentare (e soffermarmi su) alcune notevoli scrittrici italiane del primo Novecento. Sono otto e oggetto di studio da parte di specialisti, poco o per nulla lette da un più vasto pubblico.

Cominciamo con il citare quelle – sempre di italiane si tratta – che non sono dentro questo libro, in quanto famose (Poi vi porrò una domanda):

Matilde Serao
Grazia Deledda
Ada Negri
Elsa Morante
Anna Banti
Sibilla Aleramo
Fausta Cialente
Alba De Cespedes
Gianna Manzini
Annamaria Ortese
Natalia Ginzburg
Maria Bellonci
Lalla Romano
Amelia Rosselli
Maria Luisa Spaziani
Margherita Guidacci
Dacia Maraini.
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Non vi ho tirato fuori Gaspara Stampa e Vittoria Colonna. Vi ho fornito un elenco succinto di alcune delle maggiori scrittrici tra la fine dell’800 e la fine del ‘900. Rileggete i nomi.

Ed ecco la domanda: Chi leggete? Chi avete letto (magari a scuola, per obbligo)? Chi apprendete esistere qui, per la prima volta?

Ci sono buone possibilità che il 90% di voi abbia letto (o stia leggendo) almeno un romanzo di Elsa Morante e di Dacia Maraini, conosca i nomi della Serao, Negri e Deledda (premio nobel 1926) e/o le abbia lette nelle antologie scolastiche, abbia infine vagamente sentito parlare di Sibilla Aleramo, Lalla Romano e la Spaziani (magari in riferimento a Montale)…

Nel caso in cui le conosciate tutte, vorrà dire che:
a) avete più di 40 anni;
b) siete femministe (o lo siete state);
c) siete proff;
d) siete accanite lettrici;
e) tutte e quattro le cose qui sopra (o 3 su 4).

Scherzi a parte, si fa un gran parlare di scrittura femminile che non viene letta, di scrittrici italiane che vengono sacrificate, per poi accorgersi che noi per prime leggiamo Woolf, Dickinson, Austen, Lessing, Plath, Munro, Berberova, Allende, Serrano, Sebold, Nothomb, Duras, Fielding, Kinsella, Higgins Clark, Vargas, Kristof e chi più ne ha, più ne metta. Tutte straniere, insomma.

Per cui adesso passo a parlare di scrittrici di cui probabilmente NON avete mai sentito parlare.
Quelle del libro, appunto. Piccolo riassunto degli interventi genovesi (mi limiterò a segnalare qualcosa, non riporterò approfonditamente le critiche altrui, né sicuramente metterò le mie, non avendo ancora letto i libri di cui si parla).
A me è venuta voglia di leggerle, queste scrittrici (alcune le conoscevo già, a dire il vero), e ho già ordinato alcuni romanzi.

Chissà che non venga la stessa voglia anche a voi, uomini o donne che leggete…

1. Annie Vivanti[1]
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Intraprendente scrittrice (1868-1942), nata a Londra, figlia di un mantovano mazziniano e di una tedesca, poliglotta, a poco più di vent’anni va a conoscere Carducci. Gossip di fine Ottocento per la liaison (pare assolutamente casta) tra la minorenne e il Vate di trent’anni più anziano.
Lei gli sottopone le sue poesie, lui le confeziona la prefazione (Lyricae, 1890). L’affetto resterà per tutta la vita, ma lei sposa due anni dopo un giornalista irlandese, John Chartres, e con lui si trasferisce negli Stati Uniti.
È la madre della celebre violinista Vivien Chartres, cui dedicò tutta la sua vita, sacrificandole il suo talento di romanziera. Pubblicò comunque varie opere, tra le quali I Divoratori e Naja tripudians. Già da tempo vedova, alla notizia della scomparsa della figlia sotto i bombardamenti londinesi, rientra in Italia. Perseguitata e come inglese e come ebrea, conosce a Torino una miserevole fine nel 1942.
A proposito di Naja tripudians (1921), nome di un cobra egiziano: è la storia di “due fanciulle giovani e ingenue, vissute in un chiuso ambiente di provincia [che] vengono convinte da una pseudo aristocratica a passare qualche giorno nella sua bella casa londinese. Ma quando le fanciulle arrivano cariche dei loro sogni e delle loro attese trovano ad aspettarle una ben diversa realtà. Imbottite di cocaina e seviziate capiscono di essere finite in una casa di piacere da cui per loro sarà impossibile fuggire” (p. 17).

2. Willy Dias (1872-1956) e 3. Flavia Steno (1877-1946) sono accomunate in un unico articolo [2] e il motivo è chiaro: hanno condiviso moltissime cose insieme.
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Intanto, hanno assunto tutte e due uno pseudonimo: Willy si chiama in realtà Fortuna (o Fortunata?) Morpurgo e Flavia altri non è che Amelia Cottini Osta; la prima è nata a Trieste, la seconda a Lugano, ma entrambe svolgono la loro attività a Genova.
Poi hanno lavorato come giornaliste e insieme fondato il settimanale femminile La Chiosa (1919-1927), che verrà chiuso dal regime fascista in quanto considerato “pericoloso”. Scrivono anche una commedia a quattro mani, Il triste gioco (1918). Due donne coraggiose (riguardo alle vicende belliche), apparentemente le solite scritttrici di letteratura rosa, di romanzi d’appendice (a Il gioiello sinistro della Steno sarà ispirato il film omonimo, del ’17, per la regia di Eleuterio Rodolfi). Il romanzo forse più significativo di Willy Dias è Il sentiero fra le pietre (1940) sull’inutilità della guerra, ma è anche una prova narrativa in cui si mettono in discussione le classi sociali (la protagonista, Novella, è un’orfana accolta per carità in una famiglia borghese che si scopre poi figlia di un nobile piemontese morto in combattimento). Per Flavia Steno, il romanzo più rappresentativo è Sissignora (ne fu tratto un film, nel ’41 con la bellissima Maria Denis), la storia di Cristina. Melò rosa con lieto fine? Mica tanto, la protagonista muore improvvisamente. Scrive De Nicola: “questi due libri […] raccontano senza remore e con forti accenti critici le ingiustizie e i malesseri di una società per nulla rosa” (p. 30).

4. Paola Drigo[3] (1876-1938) è soprattutto l’autrice di Maria Zef (che ho subito ordinato), da cui furono tratti due film (nel ’53 e nell’81).
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Pubblicato nel 1937, un anno prima della sua morte, questo romanzo “racconta una tragedia avvenuta e consumata entro l’orizzonte di un contesto subalterno, misero, colpito in tutti i sensi dal bisogno” (p. 37). Si parla di violenza sessuale, da parte di uno zio (Barba Zef) sulla nipote, Mariute, la protagonista, dopo che costui aveva già abusato della madre della fanciulla. Si parla di malattie veneree e di uccisioni.

5. Amalia Guglielminetti (1881-1941) non è una sconosciuta.
Non come (non tanto quanto) coloro che la precedono qui sopra. Scrive di lei (mi riferisco sempre al libro che ha occasionato questo post) il cugino Marziano Guglielminetti, noto critico scomparso anzitempo, nel 2006. Definita scrittricejac5.jpeg uterina, ma anche soave – a seguito della sua prima prova poetica, Vergini folli; di lei è nota innanzitutto la relazione (ignoro se sessuale, sentimentale o puramente letteraria: non ho letto le lettere) con Guido Gozzano. Poi c’è la sua storia con Pitigrilli , il processo, la falsificazione delle lettere, il Fascismo e l’Antifascismo, la contestazione di Amalia nei confronti di Gozzano cui rimprovera “una mascolinità non virile” (p. 44).

Lascia la poesia, diventa narratrice; esce distrutta dal processo di cui sopra, solo Massimo Bontempelli le resterà accanto, come i veri amici fanno. Amalia anticipa Coco Chanel, Amalia scrive un romanzo, La rivincita del maschio, nel ’23, in cui il maschio sadico e perverso viene ucciso da una delle sue amanti, lesbica. La Guglielminetti è debordante e non trova abbastanza spazio in questo mio post.

6. Marise Ferro (1907-1991) è un’altra ligure, sposatasi due volte con due mostri della letteratura italiana: prima con Guido jac6.pngPiovene e poi con Carlo Bo. Tanto per dire: le donne che stanno un passo indietro. È stata giornalista, saggista, traduttrice e narratrice. L’ultimo suo romanzo (pubblicato nel 1978) è La sconosciuta. Come pubblicista ha scritto un saggio dal titolo La donna dal sesso debole all’unisex (Rizzoli, 1970). Suo alter ego sarà il personaggio di Irene in un dittico di romanzi pubblicati tra il ’72 e il ’74.
Scrive di lei Monica Cedrola, relatrice dell’intervento genovese: “malgrado la Ferro tragga spesso ispirazione per le sue opere dalla vita reale, l’elemento autobiografico appare sottilmente filtrato dal garbo […]; si tratta di un velato autobiografismo: quella stessa finzione velata destinata a non svelare la reale realtà dei personaggi e delle circostanze…”(p. 55). Cosa di cui ho più volte parlato in questo blog.

7. Paola Masino (1908-1989) Di Paola Masino[4], dirò pochissimo. Sta conoscendo una lenta ma indubbia risalita nell’olimpo letterario. Ciò è dovuto in gran parte a studiosi come Marinella Mascia Galateria, a Marina Morbiducci [5] e all’opera infaticabile del nipote, Alvise Memmo, ugualmente erede e curatore del patrimonio letterario dijac7.jpeg Bontempelli, compagno di Paola Masino.
Ricordo solo i suoi romanzi: Monte Ignoso (1931), Periferia (1933) e Nascita e morte della massaia (1945).
Di lei qui – vorrei scrivere qualcosa anch’io – prossimamente: dopo essermi lungamente e dettagliatamente occupata di Bontempelli, è tempo che passi a Paola. Mi limito a ricordare lo sprezzo delle convenzioni borghesi, quando ventenne andò a convivere con Massimo, di trent’anni più grande; quando condivise il bene e il male, la vita facile e quella da reclusa (soprattutto dopo il ’48), l’assistenza prestata fino alla fine al suo compagno gravemente ammalato. Fino allo sfinimento.

8. Irene Brin [6]. Pseudonimo di Maria Vittoria Rossi (1914-1969). Colei che nel mondo della letteratura italiana ha avuto una “discontinua cittadinanza” (p. 65), cambiando molte volte nom de plume: Marlene, Oriane, Mariù, è stata anche la Contessa Clara Ràdjanny von Skévitch,
maestra del bon ton negli anni Cinquanta dalle pagine di una rivista in cui si finse anziana nobildonna. Attenta osservatrice della quotidianità, ironica, intellettualmente curiosa, la ricordiamo per i racconti raccolti sotto il titolo Olga a Belgrado (1943).

[Jacqueline Spaccini, Saint-Cloud, 30.06.2009]

* * *
Rimando a questa biblioteca di scrittrici italiane di Donne e Conoscenza Storica.
Consiglio altresì questo bel sito dedicato alla letteratura rosa e alle scrittrici dimenticate.
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[1] Riassumo dall’articolo di Mirella Serri.
[2] A firma di Francesco De Nicola (uno dei due curatori del libro).
[3] L’articolo è di Elvio Guagnini.
[4] Nel libro è presentata da Giuliano Manacorda.
[5] Di recente, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Grenoble (Francia), Marina Morbiducci ha parlato di Paola Masino (clicca qui).
[6] L’intervento nel libro è di Federica Merlanti.

Jacqueline Spaccini, Un passo indietroultima modifica: 2009-07-02T18:01:00+02:00da mangano1
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2 pensieri su “Jacqueline Spaccini, Un passo indietro

  1. Scherzi a parte…..se serve per una statistica, risponderò che, per quanto riguarda il primo elenco di scrittici, sicuramente appartengo alla categoria E- comprese Gaspara Stampa, Vittoria Colonna e la Gambara-; per quanto riguarda il secondo elenco, confesso che conosco solo la Vivanti e la Guglielminetti e, dato che sono sempre alla ricerca di letteratura al femminile, ringrazio di cuore per il suggerimento.

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