Cina batte Usa?

cina, forza lavoro mutante
di Gabriele Battaglia – 26/04/2011
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Fonte: Peace Reporter

I cambiamenti materiali destinati a trasformare il volto del Dragone

La prova che la Cina di domani sarà ben diversa da quella a cui ci siamo ormai abituati viene dall’analisi delle tendenze che riguardano la struttura della forza lavoro.
Una mutazione profonda sta investendo il capitale umano del Dragone e nel giro di qualche anno la “fabbrica del mondo” sarà altro, con tutto quello che ne consegue a livello locale e planetario.
Secondo Li Jianmin, professore di “popolazione e sviluppo” all’università Nankai di Tianjin, sono quattro i processi, già in corso, destinati a trasformare lo scenario.
Primo. In numeri assoluti, il picco della popolazione in età lavorativa (dai 15 ai 64 anni) sarà raggiunto nel 2017, con poco meno di un miliardo di “abili al lavoro” (999,6 milioni). Poi, comincerà a decrescere.
Secondo. La proporzione della forza lavoro rispetto al totale dei cinesi toccherà il suo apice nel 2013 (72,14 per cento) per poi calare.
Terzo. Il numero di giovani che ogni anno si affacciano sul mondo del lavoro è già in discesa. Nel 2002 erano 27,9 milioni; nel 2010, 22,5; nel 2015 e 2020 saranno rispettivamente 16,6 e 14,8 milioni.
Quarto. All’interno della popolazione in età lavorativa, è già in calo la percentuale di lavoratori giovani (tra i 15 e i 24 anni) rispetto a quelli vecchi. I primi hanno raggiunto il loro picco nel 2006 (16,63 per cento del totale), nel 2020 saranno solo il 12,84 per cento.
Alla radice ci sono gli effetti di lungo periodo della politica del figlio unico, cioè del controllo delle nascite. La Cina non sta diventando ancora un Paese di vecchi, come il Giappone e l’Italia, ma il trend è quello.
Ma non solo. L’esercito industriale dei lavoratori migranti (mingong), che ha permesso al Dragone di inondare il mondo di merci made in China grazie al vantaggio competitivo dato dai bassi salari, sta calando numericamente. Si sta anche trasformando qualitativamente e va distribuendosi in maniera più omogenea sul territorio.
Sono state precise scelte politiche a riconfigurare il Paese. Oltre al controllo delle nascite, ormai vecchio di trent’anni e più volte sul punto di essere revocato, bisogna soprattutto ricordare alcune misure promosse a partire dal nuovo millennio: gli investimenti nelle campagne, lo “sviluppo dell’Ovest” (Xībù Dàkāifā) e la legge sul contratto di lavoro.
Se i primi hanno permesso a molti contadini di restare nei luoghi d’origine con un accettabile livello di vita, il secondo ha trasferito investimenti e know how (spesso nella forma di giovani laureati incentivati a spostarsi) nelle regioni distanti dall’est e dal sud manifatturieri, rendendole più attraenti per i lavoratori migranti a caccia di occupazione; la terza infine, in vigore dal primo gennaio 2008, ha reso meno selvaggio il mercato del lavoro.
Così, dal 2005 al 2010 i salari medi dei mingong sono cresciuti del 14 per cento all’anno dopo essere rimasti stabili per più di un decennio: da 875 yuan mensili (92 euro) si è passati a 1.690 (178). In termini assoluti è ancora poco, pochissimo, se si considerano i redditi dei nuovi ricchi della costa orientale; ma ciò che conta è che in termini relativi i salari della liudong renkou (popolazione fluttuante) sono quasi raddoppiati in cinque anni, suscitando quel senso di ottimismo rispetto al futuro che è difficilmente riscontrabile in Occidente.
Questi cambiamenti materiali innescano una reazione a catena. Da qui a pochi anni, ci sarà meno forza lavoro in termini assoluti, ma anche un po’ meno povera e non scolarizzata. La “fabbrica del mondo” con il vantaggio competitivo dei bassi salari scomparirà gradualmente, nonostante i tentativi in corso di creare nuova manodopera a basso costo attraverso il meccanismo degli stage (tutto il mondo è paese). La Cina diventerà più un Paese di consumatori e meno di produttori-risparmiatori. È il sogno dell’Occidente. Ma attenzione: se noi-lavoratori ne beneficeremo perché diventeremo un po’ meno cari rispetto ai colleghi cinesi, noi-consumatori rischiamo di fare i conti con la drastica fine dell’invasione di merci cinesi a basso costo, che hanno svolto un ruolo anti-inflazionistico e ci hanno permesso di acquistare nonostante la sostanziale stagnazione dei salari reali dalle nostre parti.
Tornando alla Cina – è questo il grande punto di domanda – le trasformazioni creeranno nuovi bisogni non solo materiali, ma politici, culturali. Non si sta dicendo che “diventeranno come noi”, frase stereotipata di chi un po’ non conosce, un po’ ci spera. Semplicemente, che il Dragone è in movimento.

 

Cina batte Usa “Fra cinque anni il sorpasso del Pil”. Per Washington finisce la supremazia mondiale
di Maurizio Molinari – 26/04/2011

Fonte: La Stampa

Nel 2016 la Cina sorpasserà gli Stati Uniti nella classifica della ricchezza del pianeta, ponendo fine all’era della supremazia economica americana iniziata alla fine dell’Ottocento: ad attestarlo è il rapporto del Fondo monetario internazionale sulle previsioni di crescita globale. L’indice adoperato è il «Ppp» che misura le economie sulla base del «Purchasing power parity» – parità del potere d’acquisto – prevedendo che la Cina si espanderà dagli attuali 11,2 mila miliardi di dollari a 19 mila miliardi nel 2016 mentre gli Stati Uniti cresceranno da 15,2 mila miliardi a 18,8 mila miliardi. Di conseguenza fra cinque anni l’economia degli Stati Uniti sarà pari al 17,7% di quella dell’intero pianeta mentre quella cinese raggiungerà il 18. Per avere un’idea della rapidità dell’inversione di tendenza basti pensare che nel 2001 l’economia degli Stati Uniti era tre volte quella della Cina mentre dopo il 2016 il vantaggio cinese viene proiettato in continua crescita. Ci troviamo dunque nel bel mezzo del rovesciamento degli equilibri del potere economico con il Fmi che non esclude la possibilità di un sorpasso anticipato anche rispetto al 2016. Ciò che colpisce dalla lettura del World Economic Outlook è come il sorpasso sia la conclusione della sovrapposizione fra due tipi differenti di crescita. L’economia americana viene infatti descritta «in ripresa» con la creazione dei posti di lavoro «in accelerazione» anche grazie a un aumento dell’export, ma se gli Stati Uniti «riacquistano forza», anche grazie all’indebolimento del dollaro, l’Asia «cresce a velocità maggiore di ogni altra area», con la Cina «destinata ad aumentare il Pil del 9,5% nel 2011 e 2012» grazie a una crescita combinata della «domanda pubblica e privata» fino al 2016. La maggiore novità a tale riguardo viene dai privati perché «il miglioramento del mercato del lavoro e le politiche per sostenere i redditi delle famiglie» consentono di prevedere l’aumento dei consumi delle famiglie, che finora è stato uno dei freni al Pil nazionale.
Le previsioni sul sorpasso coincidono con la fase di indebolimento valutario del dollaro che porta il governatore della Banca centrale di Pechino, Zhou Xiaochuan, ad affermare che «le nostre riserve di valuta straniera eccedono le nostre ragionevoli necessità» e inoltre sarebbe opportuna una «diversificazione» delle valute possedute. In concreto ciò significa avanzare l’ipotesi di una riduzione delle riserve in dollari, che al momento ammontano a 3000 miliardi. A tale proposito Tang Shuangning, presidente del China Everbright Group, si spinge a ipotizzare che vengano «ridotte ad una cifra fra 800 miliardi a 1.300 miliardi di dollari» ovvero a un terzo del valore attuale. Anche Xia Bin, membro del comitato monetario della Banca centrale di Pechino, ritiene che «mille miliardi sarebbero sufficienti» avvalorando lo scenario di una massiccia vendita di dollari che potrebbe innescare un terremoto valutario. Il riequilibrio di potere economico fra Washington e Pechino solleva interrogativi sulle conseguenze strategiche. Per Victor Cha, analista di Asia al Centro di studi strategici e internazionali di Washington, «i Paesi dell’Estremo Oriente sono inquieti perché nell’ultimo mezzo secolo hanno visto negli Usa un’egemonia benigna ma ora temono l’aggressività cinese».

 

Cina batte Usa?ultima modifica: 2011-04-26T19:10:12+02:00da mangano1
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